L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 10 giugno 2016

Israele - l'attentato è il segno di una disperazione senza futuro, il popolo eletto vuole il genocidio dei palestinesi, li vuole cancellare ma non può, sono carne, sangue e desideri

Il mondo oggi
L’attentato di Tel Aviv smaschera l’impotenza strategica di Israele

9/06/2016
La rassegna geopolitica quotidiana.
a cura di Federico Petroni




L’attentato di Tel Aviv
Due attentatori palestinesi hanno aperto il fuoco nel centro commerciale di Sarona a Tel Aviv, uccidendo 4 persone e ferendone altre 6. Il premier israeliano Netanyahu ha sospeso 83 mila permessi per cittadini palestinesi di visitare Israele o di pregare a Haram al-Sharif a Gerusalemme.

Commenta per noi Umberto De Giovannangeli:
Quei colpi di mitra squarciano la coltre di silenzio che ormai da tempo avvolge la questione israelo-palestinese. E già questo dovrebbe essere uno spunto di riflessione: la guerra, vera o presunta, allo Stato Islamico, la dissoluzione, vera, degli Stati falliti in Medio Oriente (Iraq, Siria, ma anche Yemen e la per noi vicina Libia) hanno relegato il conflitto in Terrasanta a piè pagina dell’agenda internazionale.

I più arditi analisti avanzeranno l’ipotesi di una penetrazione dell’Is nelle fila del radicalismo armato palestinese, Hamas ha già “messo il cappello” propagandistico sull’azione. Chiacchiere.

La realtà è più semplice e al tempo stesso più drammatica. A raccontarla è la biografia dei due attentatori: i cugini Muhammad e Khalid Muhamra, entrambi di 21 anni e originari di Yatta, villaggio della Cisgiordania occupata, vicino a Hebron. Sono entrati illegalmente in Israele ma non hanno precedenti. I due hanno sparato con armi artigianali, fatte in casa su imitazione della mitraglietta svedese Carl Gustav.

In queste note c’è tutto il dramma di una generazione senza futuro, quella dei palestinesi nati e cresciuti all’ombra del “muro” in Cisgiordania. C’è una rabbia senza progetto, neanche terroristico, un desiderio di giustizia che tracima in una vendetta nichilista. In questi esecrabili gesti c’è, anzitutto, il fallimento della politica. Su ambedue i fronti. In quello palestinese, incapace di un minimo rinnovamento, con un presidente, Abu Mazen, senza autorevolezza né seguito reale e l’antagonista di sempre, Hamas, sempre più eterodiretto.

Ma quei colpi di mitra, quel sangue versato, raccontano anche dell’impotenza strategica mascherata dalla forza militare che segna l’attuale leadership israeliana, sempre più autoreferenziale e sempre più sbilanciata verso l’estrema destra (come dimostra la nomina del super falco Avigdor Lieberman a ministro della Difesa). Due debolezze non fanno una forza, non si sorreggono a vicenda. Il meno “debole” prova a congelare il tempo e a proiettare all’infinito l’attuale status quo.

Così è, ma così non sarà ancora a lungo. Perché quelli che al momento sono atti individuali, di “lupi solitari”, possono trasformarsi in una rivolta collettiva, senza leader né capi carismatici, alimentata dalla convinzione che un futuro non esiste e che la “liberazione” si consuma in un attimo. Quello che ci vuole per aprire il fuoco. Non sarà l’Intifada dei coltelli né dei mitra. Ma l’Intifada della disperazione.

Per approfondire: La Gerusalemme segregata

http://www.limesonline.com/lattentato-di-tel-aviv-smaschera-limpotenza-strategica-di-israele-notizie-mondo-oggi/92304

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