L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 26 giugno 2016

Messico - Istruzione - in Europa gli euroimbecilli alla Renzi e dove vince il neoliberismo istruzione privatizzata, vogliono consumatori zombi, popoli che non devono pensare


 

 

 

 


Maestri uccisi in Messico: 10 morti
maestri uccisi 

Nove, o forse dieci maestri uccisi. Ancora una volta Messico, ancora una volta sangue. Un Paese all’ordine delle nostre cronache – anzi troppo spesso ignorato – principalmente per le stragi compiute ai danni della società civile, dei movimenti per la terra, per le donne, contro il narcotraffico e ora, drammaticamente, contro l’ignoranza.
Il fondo però questa volta è stato scavato come da tempo non succedeva. Non che le morti alla luce del sole siano più tragiche di quelle compiute nell’ombra, anzi, spesso le istituzioni messicane hanno celato, insabbiato, coperto di omertà le cose più atroci – come il caso dei 43 studenti assassinati dai narcotrafficanti con evidenti connivenze da parte delle forze di sicurezza. Ma il 19 giugno le forze di polizia hanno ricevuto un ordine più diretto, chiaro, lampante come quelli che si è soliti dare sul fronte: sparare per uccidere. Sparare sui maestri di scuola.
A fare strage di insegnanti non sono stati scagnozzi, malviventi, o sicari professionisti; ma le forze di polizia in assetto antisommossa inviate a sgomberare il blocco stradale a Nochixtlán, nello stato di Oxaca, che i maestri della Coordinadora Nacional de Trabajadores del Estado (Cnte), il sindacato più attivo in difesa della scuola pubblica, tenevano vivo da sei giorni per protestare contro la riforma della scuola voluta dal presidente Pena Nieto. Il bilancio è da strage: circa dieci (il numero non è confermato) maestri uccisi e più di 50 feriti.
Il sindacato ha subito denunciato l’uso della violenza da parte dello stato: «L’istruzione è l’unica arma del popolo. Quelli del governo sono degli strumenti di morte e di repressione. Chi è il criminale?», annunciando che le proteste contro la riforma non si arresteranno.
La riforma dal sapore squisitamente liberista introdotta dalla presidenza Nieto infatti corre, col pretesto della modernizzazione e dell’efficienza, verso la privatizzazione dell’offerta scolastica e la valutazione obbligatoria degli insegnanti da parte degli enti governativi (più di 9000 posti a rischio).
Una strategia contro la quale i sindacati, le associazioni e gruppi di intellettuali di tutto il mondo sono schierati senza alcun dubbio.
Ma ancora una volta, il prezzo della giustizia, dell’emancipazione, e della cultura, è stato terribilmente alto.
I maestri uccisi non passeranno, si legge nel comunicato dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale), «Coloro che godono del potere hanno deciso che l’istruzione, la salute, i territori indigeni e contadini, e persino la pace e la sicurezza, sono una merce per coloro che possono permettersi di pagarla, che i diritti non sono diritti, ma prodotti e servizi da strappare, da depredare, da distruggere e da scambiare secondo il dettame dal grande capitale. E questa aberrazione cercano di imporla in modo cruento; assassinando e sequestrando le nostre compagne e i nostri compagni, mandando in prigioni di massima sicurezza i nostri portavoce, facendo della tortura sfacciata il marketing del governo e, con l’aiuto dei media a pagamento, equiparando con la delinquenza il meglio della società messicana, vale a dire quelli che lottano, che non si arrendono, che non si vendono e non vacillano».
Non vacillano, neppure quando giacciono.

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