L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 10 giugno 2016

No al cambiamento della Costituzione - il Sistema Finanziario straniero non si da pace non può credere nell'ostinazione degli italiani a NON fare quello che loro gli ordinano

Referendum, Renzi nei guai: italiani orientati sul “no”
9 giugno 2016, di Alberto Battaglia
 
Dopo la delusione delle elezioni amministrative Matteo Renzi deve fare i conti con un altro dato poco rassicurante: secondo un sondaggio di EuroMedia Research gli italiani contrari alla riforma costituzionale renziana sono il 52,1%, escludendo gli indecisi, mentre i favorevoli sono il 47,9%. Il referendum costituzionale di ottobre sarà un appuntamento decisivo per la permanenza in carica del governo, ma l’impressione è che il blocco antirenziano, che va dalla sinistra alla Lega Nord, passando per i 5 Stelle, stia polarizzando a suo favore tutte le antipatie verso il premier. A pronunciarsi per il “sì” alla riforma, come prevedibile, sono in maggioranza gli elettori del Partito democratico del Nuovo centrodestra, le forze di governo; la barricata del “no”, invece, ha una composizione assai più promiscua. E’ ancora presto per capire se la scelta strategica del presidente del Consiglio, quella di trasformare il voto sulla riforma in un plebiscito nei  suoi confronti, garantirà la risposta sperata.
La prospettiva di un impasse istituzionale in caso di vittoria del “no” preoccupa anche le agenzie di rating con Fitch che ritiene il voto “fondamentale per determinare se la spinta alle riforme continua o va in stallo”. E’ evidente che il fronte finanziario tifa per una trasformazione istituzionale in un senso più risoluto dell’iter legislativo. I contrappesi democratici necessari dopo la caduta del fascismo rendono più vulnerabile il Paese, rallentandone le decisioni. Come ricorda il Giornale, già nel 2013 Jp Morgan aveva scritto in un documento interno che le costituzioni dei Paesi mediterranei andrebbero modificate in quanto presentano “esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle Regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo”.

Nessun commento:

Posta un commento