L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 13 giugno 2016

Roma elezioni - i palazzinari del cemento e i loro compari del corrotto Pd tremano

Lottavo Colle
Se la Roma del cemento ha paura di un "vecchio assessore di Rifondazione"

Daniele Nalbone12 giugno 2016 















Paolo Berdini. Anche chi non aveva mai sentito parlare di lui, ora sa chi è. Merito (o colpa) della campagna mediatica che, da blog a grandi quotidiani della Capitale, sta montando sulla sua possibile salita in Campidoglio a guidare l'assessorato all'Urbanistica in caso di vittoria al ballottaggio di Virginia Raggi.

Paolo Berdini non è un professore. Non è una mente. Non è un esperto. Paolo Berdini è un pezzo di movimento (non "a 5 stelle") che non si è mai arreso alla Roma disegnata dal Giubileo di Rutelli, dai grandi eventi di Veltroni, dai masterplan di Alemanno o dalla strana idea di urbanistica che aveva il duo Marino-Caudo. Paolo Berdini è la persona, il cittadino, che ha messo in difficoltà Goffredo Bettini e Roberto Morassut, "mente" e "braccio" della Roma veltroniana, tanto da costringerli a dedicargli uno spazio ad hoc nei loro libri.

Paolo Berdini è semplicemente un "vecchio assessore di Rifondazione" (che, poi, quando mai lo è stato?), che sta costringendo, in queste ore, i grandi media, da Repubblica a il Messaggero, a scendere in campo per Roberto Giachetti al fine di scongiurare il rischio che l'urbanistica capitolina possa, per la prima volta, fare gli interessi della città.

Paolo Berdini all'urbanistica è, per chi ama Roma, ancora un'utopia. Ancora oggi, personalmente, non voglio credere che Berdini potrà mai essere il nuovo assessore. Il motivo: voglio bene a questo "vecchio assessore di Rifondazione", tanto da dirgli, pubblicamente: ma chi te lo fa fare? Ma sai cosa significa mettere le mani sul Piano regolatore? Sai cosa significa ritrovarsi a dover gestire lo scempio dei Piani di Zona o dei Toponimi? Ma Paolo è questo: una voce fuori dal coro. E, in quanto fuori dal coro, so che accetterebbe un incarico che nessuno vorrebbe mai ricoprire.

Immaginate cosa potrebbe significare aprire la porta, sedersi a una scrivania, e ritrovarsi a fare i conti con il Piano regolatore di Morassut-Veltroni, con gli anni di nulla di Corsini-Alemanno, con i tentativi di edulcorare progetti nati "già malati" del duo Marino-Caudo. Immaginate cosa possa significare ritrovarsi, per chi ha della città un'idea non diversa, ma "giusta", a fare i conti con uffici tecnici messi lì fin dai tempi di Rutelli e Bertolaso (sì, proprio Bertolaso) per il Giubileo del 2000 in una situazione "emergenziale".

Ecco. Paolo Berdini dovrebbe mettere le mani nella melma delle "regole zero", delle centralità, della mobilità che non esiste, degli oneri concessori mai pagati, dei "nuovi" quartieri costruiti quindici, venti anni fa e poi abbandonati (almeno in termini di servizi). Se Il Messaggero si schiera con Giachetti, il motivo è semplice: Roma, con Giachetti, continuerebbe sulla linea delle "Olimpiadi a ogni costo", purché sui terreni di Caltagirone. Continuerebbe sulla linea delle nuove costruzioni, dell'accordo tra pubblico e privato, dell'urbanistica contrattata. Per dirla in maniera semplice: continuerebbe sulla strada del Piano regolatore di Morassut-Veltroni. Immaginate, invece, se alla scrivania che fu di Morassut, l'assessore che andava a casa Caltagirone per sentire l'idea di città che aveva "il più importante imprenditore di Roma", dovesse sedere uno come Paolo Berdini.

Immaginate discutere di quartieri come Tor Pagnotta, Ponte di Nona, Porte di Roma con uno come Paolo Berdini. Ecco, immaginatelo. E ora datevi una risposta: perché uno come Caltagirone ha paura di un "vecchio assessore di Rifondazione"?

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