L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 16 giugno 2016

Stati Uniti eversivi per mantenere i popoli schiavi

Tensione Usa-Bolivia

Evo Morales nel mirino degli Stati Uniti

Il presidente indio punta il dito contro Washington
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In America Latina, la Cina è considerata la principale potenza economica di riferimento. Tempo fa, Pechino ha proposto al Mercosur (cioè l’area di libero scambio che riunisce Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay, Venezuela e che ha come ‘membri associati’ Bolivia, Cile, Perù, Colombia ed Ecuador) di dar vita ad un ‘mercato comune’ del Sud del mondo. Stando a quanto riportato dall’ufficialissmo ‘Quotidiano del Popolo’, l’8 gennaio 2015 il presidente cinese Xi Jinping ha rivelato che gli investimenti cinesi in America Latina siano destinati a raggiungere i 250 miliardi di dollari nei successivi 10 anni, mentre il commercio dovrebbe salire a 500 miliardi di dollari entro lo stesso periodo. L’occasione stessa in cui è stato annunciato questo notevole aumento delle relazioni è di per sé notevole, in quanto avvenuta nel corso di un vertice di Pechino in cui erano riuniti ben 33 capi di Stato dei Paesi americani, esclusi quelli di Stati Uniti e Canada. Si è trattato del primo forum tra la Cina e la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (Celac), che era stato proposto dalla Cina nella primavera 2014. La Celac venne fondata nel dicembre 2011 da Hugo Chavez a Caracas, ed è arrivata a comprendere tutti i Paesi del Sud America, alcuni Stati dei Caraibi e il Messico.
Di fronte a un simile consolidamento dei rapporti tra una potenza interessata ad erodere l’ordine unipolare fondamento sulla supremazia geopolitica statunitense come la Cina e quello Washington ha tradizionalmente considerato il proprio ‘cortile di casa’, il governo Usa si è visto costretto a rivedere la propria scala delle priorità di politica estera. Specialmente ora che l’amministrazione Obama si appresta ad uscire di scena in vista delle elezioni di novembre, che si preannunciano estremamente in bilico. Capitalizzare un riallineamento del continente latino-americano, sfuggito al controllo degli Usa già durante gli otto anni di governo Bush, rappresenterebbe un successo destinato a rinforzare la posizione dei democratici e garantire quindi una ulteriore freccia all’arco del candidato Hillary Clinton.
L’impeachment a danno di Dilma Rousseff può essere considerato il primo tassello dell’ambizioso piano di Washington, le cui attenzioni sembrano ora concentrarsi sulla Bolivia, Paese che vanta attualmente con la Cina le più solide relazioni economiche, politiche e persino militari di tutta l’America Latina. Grazie al meticoloso lavoro diplomatico del presidente Evo Morales, La Paz si è trasformata nel centro logistico da cui si irradia il soft power cinese sul continente sud-americano, incardinato sulle istituzioni finanziarie statali e para-statali che, grazie ai crediti agevolati e al sistema ‘infrastrutture contro materie prime’, hanno progressivamente marginalizzato colossi come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, saldamente controllati dagli Stati Uniti. Grazie al supporto finanziario cinese, la Bolivia ha avviato un programma di modernizzazione dei trasporti e delle vie di comunicazione dall’elevato coefficiente strategico che tende ad estendersi a tutto il continente. Secondo le previsioni formulate da La Paz, il Paese guidato da Morales dovrebbe addirittura accreditarsi a principale hub energetico di tutto il Sud America.
Gli Usa, dal canto loro, sono invece costretti a ripartire da zero per imporre i propri interessi in Bolivia. L’ambasciata degli Stati Uniti a La Paz rimane vacante dall’11 settembre 2008 (data non casuale, poiché coincidente con il trentacinquesimo anniversario del golpe in Cile perpetrato da Augusto Pinochet con l’appoggio statunitense), quando Evo Morale dichiarò l’ambasciatore Philip Goldberg ‘persona non grata’ a causa delle attività eversive in cui appariva invischiato l’ufficio di rappresentanza degli Usa. Obama ha affidato l’incarico di gestire gli affari boliviani per conto del governo Usa a Peter Brennan, già funzionario di alto rango dell’ambasciata statunitense in Pakistan negli anni in cui la Cia effettuò nel Paese una serie impressionante di operazioni coperte, come documentato in maniera più che dettagliata dall’abile giornalista investigativo (Premio Pulitzer nel 2009), Mark Mazzetti.  Un’occhiata al curriculum di Brennan è tuttavia sufficiente a spiegare perché sia stato scelto proprio lui per gestire un incarico tanto complesso, vista e considerata la sua lunga e collaudata esperienza in America Latina, in Paesi come Costa Rica, Uruguay, Venezuela, Repubblica Dominicana, Barbados e Nicaragua.

Meno risalto è stato dato alla sua attività a Cuba, dove Brennan è stato l’ideatore del servizio ZunZuneo (‘Colibrì’ nello slang locale), una sorta di ‘Twitter Cubano’ introdotto allo scopo ufficiale di favorire il flusso di informazioni di carattere sportivo e culturale   a favore dei cubani. L’Usaid, l’agenzia statunitense cui fa riferimento una parte consistente della galassia di Organizzazioni Non Governative (Ong) resesi responsabili delle ‘rivoluzioni colorate’ sorte in numerosi Paesi dello spazio ex sovietico, mise a disposizione le risorse finanziarie a realizzare il progetto stornandole da un progetto umanitario che doveva essere messo in atto in Pakistan. Da un’inchiesta dell’‘Associated Press’ emerse che ZunZuneo era stato creato allo scopo specifico di agevolare la condivisione di messaggi contro il regime cubano di Fidel Castro e istigare la ribellione, dopo aver raccolto senza autorizzazione qualcosa come mezzo milione di numeri di telefono intestati a residenti nell’isola e dati sensibili relativi a età, sesso e orientamenti politici di centinaia di migliaia di cittadini cubani; manovre estremamente simili a quelle effettuate mesi dopo da diverse organizzazioni direttamente coinvolti nello scoppio delle ‘primavere arabe’. L’Usaid  avrebbe tratto in inganno il governo di L’Havana e i cittadini cubani nascondendo i legami tra questo servizio internet e il governo degli Stati Uniti. Le indagini condotte dalle autorità preposte portarono infatti a compagnie di facciata con sede legale presso le Isole Cayman. Nessun portavoce di Washington si azzardò a smentire i contenuti scottanti dell’articolo dell’‘Associated Press’, e L’Havana decretò quindi la chiusura del programma.
Oltre a concepire ZunZuneo, Brennan ha impiegato tutti i mezzi di pressione e condizionamento a disposizione per influenzare il referendum che avrebbe dovuto decretare se Evo Morales avesse potuto partecipare alle elezioni del 2019. Per impedire che il presidente indio prolungasse la propria permanenza alla guida della Bolivia, l’ambasciata degli Stati Uniti incrementò il flusso di finanziamenti a beneficio di alcune Ong – la Leadership per lo Sviluppo Integrale (Fulidei), la Rete della trasformazione globale (Rtg) e la Scuola degli Eroi Boliviani in primis –  affinché si mobilitassero per organizzare una protesta numericamente rilevante. Accuse di corruzione e malversazione contro Morales si moltiplicarono nell’arco di poche settimane, come del resto era già accaduto a Fidel Castro e Hugo Chavez. Carlos Valverde Bravo, giornalista televisivo ed ex-agente dei servizi di sicurezza della Bolivia da molti ritenuto un asset della Cia, ha accusato l’ex-compagna di Morales, Gabriela Zapata, di aver abusato della propria posizione di direttrice commerciale della società cinese Camc Engineering Co. per intascare e persino drenare a favore del presidente diverse centinaia di milioni di dollari. Questa macchina del fango rimase pienamente operativa fino al giorno del referendum, il cui esito decretò il respingimento della proposta di Morales, il quale accettò il verdetto delle urne sottolineando tuttavia la pesante ingerenza degli Stati Uniti. Il presidente ha anche preso di mira Carlos Valverde Bravo, riparato in Argentina mentre la sua tesi accusatoria veniva smontata pezzo dopo pezzo, e Felando Pierre Thigpen, colonnello esperto in tattiche di guerra non-violenta e sospettato di intrattenere stretti rapporti con la Cia, recatosi presso il dipartimento di Santa Cruz, tradizionalmente contrassegnato da forti tendenze separatiste, per istigare una rivolta anti-governativa puntando sulla iniqua distribuzione del reddito vigente in Bolivia, sebbene Morales abbia profuso notevoli sforzi per invertire questa tendenza, con risultati niente affatto disprezzabili.
Dopo aver tentato un riavvicinamento diplomatico con Cuba, assistito alla dipartita di una avversario irriducibile come Hugo Chavez, istigato l’impeachment a danno della scomoda Dilma Rousseff e appoggiato con successo l’ascesa al potere di Mauricio Macrì in Argentina, Washington sta quindi inquadrando nel centro del mirino gli ultimi ostacoli che impediscono agli Usa di imporre i propri interessi in America Latina, vale a dire Evo Morales e, secondariamente, Rafael Correa. 

http://www.lindro.it/evo-morales-nel-mirino-degli-stati-uniti/ 

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