L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 24 luglio 2016

gli italiani, alle amministrative, hanno svuotato di contenuto tutto quello che Renzi e il corrotto Pd possono fare, questi non hanno voluto prendere atto della sconfitta clamorosa, provano a vivacchiare ma tutto è inutile, la politica ha regole precise e matematiche

Il silenzio del premier
Matteo Renzi non si lascia scappare più neppure un sospiro, muto, distante, distaccato, assente, come se la sua azione politica avesse bisogno di una pausa, di una pagina bianca, di un giro a folle

Salvatore Tramontano - Sab, 23/07/2016 - 18:59

È l'estate del lungo silenzio. Matteo Renzi non si lascia scappare più neppure un sospiro, muto, distante, distaccato, assente, come se la sua azione politica avesse bisogno di una pausa, di una pagina bianca, di un giro a folle.



Non è però soltanto una vacanza. Il suo non esserci sembra avere un peso, un significato. Non è distrazione, ma un modo per far decantare il renzismo. Chi lo frequenta racconta che quella del silenzio è una strategia politica non improvvisata. È il frutto di una riflessione. Sarà, ma di fronte a tutto quello che sta accadendo nel mondo il silenzio di Renzi sa tanto di vuoto. E il vuoto in politica viene sempre riempito. A cominciare dalle chiacchiere. Spesso velenose. Così c'è chi racconta che Renzi sia stanco. Qualcun altro ipotizza che non sappia cosa dire. Altri parlano di un premier particolarmente preoccupato per imprecisate vicende giudiziarie. Di fatto Renzi da un po' di giorni è scomparso. Come la sua stella, che in questo ultimo anno si è via via appannata. Il premier ha perso consensi. Non è più da tempo la rampante promessa che aveva spiazzato i vecchi del Pd e attratto simpatie elettorali a destra. Non è più il cinico ma vincente leader dal passo veloce. Non vende più simpatia. È diventato lento, poco efficace, come uno che pedala nel vuoto e soprattutto uno spacciatore di promesse. Renzi da quel 40 per cento alle europee ha chiacchierato troppo. Troppo presente e troppa presenza non solo stanca ma sa di vecchio.

Questa pausa serve anche a creare un pizzico di effetto nostalgia. Se non lo si sente magari recupera qualche simpatia. Se non c'è gli italiani sentono il chiacchiericcio, pigolante, degli altri: la spacchettatura degli ex montiani, le diatribe di Alfano, il monotono pianto della minoranza Pd. Renzi che scompare fa sentire in modo più netto il rumore di fondo. E nel confronto ci guadagna. Poi c'è la questione referendum sulle riforme. È slittato a novembre, la volata è sempre più lunga e rimbalza su tv, quotidiani e social network da troppo tempo. È così noiosa che sulla scheda d'istinto viene da mettere la croce sul no. È come spegnere una radio sintonizzata male. Senza dimenticare che aver personalizzato troppo la partita referendaria ha già danneggiato il premier. Lo dicono i sondaggi e il buon senso.

Non c'è però solo questo. Quella di Renzi è anche una ritirata strategica. È sparire dal centro della scena per evitare colpi bassi e tempeste improvvise. Si respira una brutta aria per lui in giro, mezze voci, sussurri, consigli di antichi sostenitori che assomigliano a velate minacce, troppi personaggi di peso che si affrettano a prendere le distanze. È quel clima che circonda i leader quando chi era salito sul carro del vincitore comincia a sentire puzza di sconfitta. Renzi per salvarsi ricorre a una sorta di illusionismo, che purtroppo per lui potrebbe non funzionare. È come se il presidente del Consiglio avesse indossato la maschera senza parole di Mattarella, come se si fosse mattarellizzato. Funzionerà? Non è facile indossare i panni di un altro. Renzi resta Renzi e un Renzi che non parla, si pavoneggia e non twitta è contronatura. La voglia di renzizzare è tanta. Se riuscisse davvero ad arrivare muto alle prime piogge d'autunno sbancherebbe i bookmakers. Il silenzio, per gli scommettitori arditi, è d'oro.

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