L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 29 luglio 2016

Il Politicamente Corretto - 19 - Costanzo Preve

19. La teologia dei diritti umani è oggi un vero e proprio pilastro del Politicamente Corretto, in quanto esplica una funzione multiuso: risposta al senso di colpa del consumismo individualistico occidentale, che cerca un risarcimento morale nel bombardare gli stati-canaglia in nome dei diritti umani, e si sente così “coinvolto” nella lotta del Bene contro il Male; legittimazione delle guerre di aggressione imperialistica USA, fatte per ragioni materiali, come il petrolio e la geopolitica di accerchiamento di futuri concorrenti strategici, ma “coperte” con motivazioni umanitarie pseudouniversalistiche (liberare dal burka le donne afghane, liberare gli iracheni da un dittatore nazionalista baffuto, eccetera). Da un punto di vista storico, la teologia dei diritti umani (perché di ideologia idolatrica si tratta, o più esattamente di una teologia idolatrica al servizio di un eccezionalismo messianico imperiale con applauso servile della claque neroniana degli intellettuali europei ex-marxisti scoppiati) si può definire come una secolarizzazione individualistica manipolata del vecchio giusnaturalismo. Prego il lettore di non passare oltre distrattamente, ma di fare attenzione a questa proposta definitoria. Ora, però, mi spiegherò meglio. La teoria dei diritti naturali, o giusnaturalismo, è una teoria che ha bensì avuto precedenti antichi, stoici e medioevali, ma è nell’essenziale nuova, e rappresenta la prima formulazione teorica organizzata di contestazione dell’ordo sacralizzato feudale-signorile, che per un millennio si era legittimato in modo direttamente religioso. Ora, la teoria del diritto naturale si fondava sulla pura ragione, come se Dio non fosse neppure esistito (etsi Deus non daretur). Ha avuto ragione Ernst Bloch, quando ha sostenuto che il diritto naturale dovrebbe essere rivendicato dai comunisti come un’eredità da accettare e far fruttare. L’economia politica inglese (Smith, Ricardo) è nata sulla base della teoria della natura umana di David Hume, una teoria elaborata contro il diritto naturale, considerato un insieme di sciocchezze metafisiche del tutto indimostrabili ed astratte. L’economia politica, e cioè l’unica possibile teologia monoteistica ed idolatrica del capitalismo, non sopporta fondazioni esterne ad essa (volontà di Dio, diritti naturali, contratti sociali, utopie egualitarie, eccetera), e deve fondarsi su se stessa. La sua autofondazione si basa infatti sul rapporto di scambio come unico rapporto normale della natura umana. La teoria della natura umana di Hume non è quindi una derivazione del diritto naturale, ma è al contrario un’arma da guerra ideologica contro il diritto naturale. Hegel e Marx, sia pure per ragioni opposte a quelle di Hume, furono anch’essi avversari del diritto naturale. Per ragioni che qui per brevità non posso discutere (ma sarebbe interessantissimo farlo), essi ritenevano che il diritto naturale non fosse adatto a legittimare la comunità politica statuale moderna (Hegel), fosse pericolosamente incline a legittimare l’estremismo giacobino di Robespierre su basi russoviane (sempre Hegel), e non si prestasse a fondare la concezione materialistica della storia, nella misura in cui era sorpassato come ideologia settecentesca della borghesia rivoluzionaria (Marx). Il pensiero borghese dopo il 1795 (termidoriani) abbandonò del tutto il diritto naturale, considerato potenzialmente pericoloso in quanto fattore di possibile legittimazione di una rivoluzione sociale (Bloch), per adottare il cosiddetto “positivismo giuridico”. Dietro questa espressione pomposa c’era semplicemente l’abbandono di qualunque fondazione filosofica della società, in quanto “positivismo giuridico” significa semplicemente che quello che fanno i legislatori capitalistici è valido in sé, e non ha bisogno di nessuna legittimazione filosofica esterna al principio stesso della legge. Si riproponeva così la brutalità del punto di vista degli imperatori medioevali, per cui il principe decideva lui che cosa fosse legale e che cosa no (quod principi placuit legis habet vigorem). La necessità nuova, da parte del capitalismo dominante, di contrapporsi alle nuove anomalie fasciste e comuniste, non previste nella politologia classica, portò ad una strumentale ed ipocrita riscoperta del diritto naturale. Insisto sul carattere strumentale di questa riscoperta, puramente ideologica e per nulla umanistica e universalistica. Karl Schmitt fece correttamente notare che in nome dell’Umanità si legittimava oggi una guerra senza quartiere, in cui l’avversario diventava un Nemico Assoluto (in quanto appunto “disumano”). Danilo Zolo ha fatto abbondantemente notare che “chi dice Umanità” (titolo di un suo magnifico saggio chiarificatore) si sente abilitato a fare qualunque cosa, a sferrare qualunque aggressione, eccetera. Il discorso sarebbe certamente lungo, ma nell’essenziale sono d’accordo con le tesi di Alain de Benoist. Abbasso l’ideologia dei diritti umani! Viva la sovranità nazionale che si oppone alle pretese interventistiche! Nel male, meglio i talebani che difendono il loro paese delle cavallette umanitarie che sbarcano al servizio delle mire geopolitiche USA! Detto questo, io resto un apprezzatore della teoria dei diritti naturali, in quanto considero l’uomo un animale sociale, politico e comunitario (Aristotele), un animale dotato di linguaggio, ragione e capacità di calcolo distributivo e giusto delle risorse (sempre Aristotele), un ente naturale generico (Marx), eccetera. La teoria dovrà essere ripresa e valorizzata in un futuro non ancora determinabile. Per ora, nella congiuntura in cui viviamo, la teoria dei diritti umani non esiste, ed il suo fantasma ideologico ricopre la stessa funzione ricoperta a suo tempo dalla teoria della razza di Hitler. E scusatemi per la pacatezza e la moderazione del paragone!

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