L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 12 agosto 2016

Gli euroimbecilli cominciarono nel '92 a svendere l'industria e nell'81 con la separazione della Banca d'Italia dal Tesoro a svendere l'Italia

Politica. La privatizzazione dell’industria nazionale, crimine della prima Repubblica
Pubblicato il 11 agosto 2016 da Nico Perrone


Quando l’autore di un libro ha avuto un ruolo politico, le sue pagine più interessanti di quello che scrive sono quelle di testimonianza. Il che vuol dire non solo ricordi dei fatti e del contesto, ma soprattutto qualcosa sulle intenzioni che l’autore ha avuto nel suo ruolo. 

Paolo Cirino Pomicino ha un’esperienza di lungo corso, perché a fare politica ha incominciato nella DC a metà degli anni ‘70 a Napoli, la sua città, proseguendo poi come deputato, ministro, per cinque anni (2004-2009) eurodeputato. Ha patito disavventure gravi: ma per un uomo politico possono far parte del mestiere. A lui ne sono capitate alcune più gravi, con provvedimenti giudiziari e coda di processi. “On ne peut pas régner innocemment”, non si può regnare in modo innocente, affermò Louis de Saint-Just durante la rivoluzione francese. Cirino Pomicino ha scelto di non parlare, tenendosene il ricordo dentro di sé, con conseguenze anche sul funzionamento del suo cuore, che ha avuto necessità di un trapianto. Dopo gli intervalli processuali e ospedalieri, ha ripreso a fare politica, e quando la Prima Repubblica – che fu anche sua – non c’è stata più, egli è riuscito a farsi eleggere ancora. Non sono esperienze da poco.

Adesso ha pubblicato un libro (Paolo Cirino Pomicino, La repubblica delle giovani marmotte. L’Italia e il mondo visti da un democristiano di lungo corso, prefazione di Giuliano Ferrara, Utet, pp. 268, € 15). Nelle sue pagine, quello che più interessa oggi, è il ricordo della sua esperienza nel ruolo di ministro del Bilancio e della programmazione economica. Siamo nel periodo che va dal 22 luglio 1989 al 28 giugno 1992, presidente del Consiglio è un fuoriclasse della politica, Giulio Andreotti, mentre il governo è composto di quattro partiti, Dc, Psi, Pli e Psdi. In quel momento si decise di dare inizio alla privatizzazione delle partecipazioni azionarie dello stato italiano.

Si capisce molto bene che Cirino Pomicino non condivide del tutto quella politica, che avrebbe messo sul libero mercato quasi l’intero patrimonio di partecipazioni economiche dello Stato italiano. Cirino Pomicino avrebbe voluto sviluppi che non fossero di cessione quasi globale delle partecipazioni azionarie possedute dal governo italiano (allora, il controllo avveniva attraverso il Ministero delle partecipazioni statali). Le aziende controllate dallo stato italiano vennero invece rapidamente privatizzate, quasi tutte. La base di partenza – qui è la contraddizione – di quella politica fu una decisione del Consiglio dei ministri alla quale avevano preso parte lo stesso Cirino Pomicino, allora ministro del Bilancio e della programmazione economica (presidente del Consiglio era Giulio Andreotti, ministro del Tesoro Guido Carli. Il governo era dimissionario (dal 24 aprile), e nella sua lunga prorogatio, come si dice quando un governo che ha rimesso il mandato non ha ancora ceduto i poteri, fu fatto quel passo.

Oggi, a mente fredda, Cirino Pomicino giudica come uno sbaglio quella decisione, e ricorda – giustamente – che nessun altro paese occidentale ha mai fatto qualcosa di simile: per esempio, Germania e Francia mai hanno ceduto al mercato il controllo di quelle componenti dell’economia nazionale ritenuti d’interesse “strategica”. In Italia invece si fece tutto il contrario, e molto in fretta: è stata una corsa verso l’economia privata, guidata da quella decisione del governo Andreotti e attuata poi per diversi anni dai governi di Romano Prodi, Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Amato, e Lamberto Dini. Col governo Prodi si è ceduta (1998) perfino la quota di maggioranza nell’ENI, il complesso petrolifero-industriale-finanziario al quale l’Italia doveva in gran parte il suo ingresso nel novero delle grandi potenze economiche mondiali, che allora (1997) si chiamava G-7, Group of Seven.

E adesso? Non se ne parla più. È però prezioso che un protagonista di allora faccia conoscere il suo postumo giudizio rispetto a quello che si è fatto: egli è stato un protagonista che capiva, che l’economia la studiava, pur provenendo da una formazione medica.
Oggi appare un po’ pentito di quella stagione. Racconta com’è andata, e ci fa capire che quella decisione, sul piano economico degli introiti per le azioni cedute, non ha avuto gli effetti miracolosi che si erano annunciati. Mentre per l’Italia, la perdita rispetto ad altri paesi occidentali, sul piano economico e finanziario, è rimasta tutta intera.

Il libro non è fatto soltanto di parole, di autocritica e di rimpianti, ma fornisce un quadro di quello che tanto in fretta si è fatto in quegli anni, con tante cifre che possono ancora fare riflettere. A condizione che qualcuno lo voglia fare davvero.

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