L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 10 agosto 2016

Il Quatitative Easing paga la tangente dello 0,5% prima su 60 miliardi mese ora su 80 miliardi mese alla finanza

Così Draghi fa’ lucrare 60 miliardi di euro al mese ai soliti noti

Maurizio Blondet 10 agosto 2016


(MB – Leggere il pezzo – che riprendo dal Sussidiario.Net – fino in fondo: perché Draghi fa’ il Quantitative Easing comprando i titoli di Stato non direttamente dallo Stato, bensì solo sul mercato secondario? )

FINANZA E POLITICA/ La “domanda scomoda” per Draghi

Pubblicazione: lunedì 8 agosto 2016

Giuseppe Pennisi

La prima settimana di agosto si è chiusa con due non buone notizie per l’Italia e, quindi, per chi ne ha responsabilità di governo. I dati Istat sulla produzione industriale indicano che in termini di manifatturiero (l’asse portante di un Paese come il nostro) non si è ancora avuto non tanto una svolta quanto segnale che si è ricominciata a risalire la china. È in corso una disputa di lana caprina se la contrazione nell’ultimo trimestre sia stata dello 0,4% o dell’1%: si tratta comunque della continuazione del declino nonostante il Governo, nel suo discorso d’investitura, si sia impegnato a dare priorità assoluta al rilancio dell’economia, ma successivamente è stato assorbito da riforme istituzionali ed elettorali, unioni civili e ora liberalizzazione delle droghe leggere. Ancora peggio la nota mensile Istat sull’andamento dell’economia italiana: tratteggia un quadro impietoso di cui ciascuno può leggere i dettagli andando sul sito Istat.

A queste pessime notizie sugli ultimi mesi e sul futuro a breve termine, si aggiungono gli avvertimenti lanciati dal Presidente della Bundesbank Jens Weidmann il 4 agosto in un’intervista concessa simultaneamente a Die Welt e a Il Corriere della Sera: non si cambiano le regole sottoscritte per favorire la tenuta in carica di questo o quel Governo. Quindi, la Bundesbank (che su questa linea non è affatto sola) non è disposta a interpretazioni estensive dell’unione bancaria in tema di bail-in e si opporrà, sul fronte della politica di bilancio, a qualsiasi scambio politico in tema di flessibilità oggi e riforme domani. Una doccia fredda per chi su questo scambio puntava nell’approntare la Legge di bilancio. Non solo, Weidmann ha confermato l’indiscrezione pubblicata su questa testata il primo agosto secondo cui il Quantitative easing si troverà presto con la difficoltà di reperire sul mercato secondario titoli emessi dalla Repubblica Federale Tedesca. Un ostacolo oggettivo all’espansione del Qe nelle modalità attuate dalla Banca centrale europea dal marzo 2015.

Sugli effetti del Qe si sono espressi numerosi economisti. In una prima fase, gli scarsi risultati sono stati attribuiti al fatto che le banche si tenevano la liquidità in pancia invece di aumentare i prestiti alle imprese e favorire così sviluppo produttivo e occupazione. In una seconda, è scoppiato il bubbone dei “crediti deteriorati” e, quindi, dell’esigenza degli istituti per coprire con “denaro buono” le perdite risultanti da “denaro cattivo”.

La situazione, però, è molto più complessa. Da un lato , occorre chiedersi, con uno scenario contro fattuale, se il quadro non sarebbe stato ancora peggiore senza Qe, ossia se non sarebbero aumentati i rischi di fallimenti bancari. Da un altro, occorre chiedersi quanto costa il Qe. È un tema spinoso che, forse in ossequio all’italiano che è Presidente della Bce, la nostra stampa non ha mai osato sollevare. 
Ne parla quella di altri Paesi sulla base, principalmente, di un lavoro della Banca dei regolamenti internazionali, il BIS Working Paper Mp 571, di cui sono autori un economista dell’istituto con sede a Basilea, Philip Turner, e Francis Breedon della University of London, Queen Mary College.

In termini semplici, l’acquisto di titoli pubblici sul mercato secondario, invece che direttamente dagli istituti di emissioni (i ministeri del Tesoro o dell’Economia e delle Finanze, a seconda dei Paesi) comporta costi di transazione come quando si comprano i biglietti del treno o del teatro oppure ancora una casa tramite un’agenzia. Questa è l’unica differenza pratica – sottolinea lo studio – rispetto ad acquisti diretti dagli emittenti. La stima dei costi di transazione è dello 0,5% delle operazioni effettuate (60 miliardi di euro al mese dal marzo 2015).
È giunto, quindi il momento di fare un serio check up al Qe anche e soprattutto sulla base di queste considerazioni.

da www.ilsussidiario.net

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