L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 7 agosto 2016

La Consorteria Guerrafondaia Statunitense soffre della vittoria di Trump perché considera la Russia una minaccia inesistente

L’EUROPA NON DOVREBBE FRIGNARE SE VINCE TRUMP

di Gianandrea Gaiani
7 agosto 2016, pubblicato in Commenti
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da Il Foglio del 5 agosto
Sarà pure impresentabile e “unfit” per risiedere alla Casa Bianca ma in termini di politica estera e di difesa Donald Trump dovrebbe risultare gradito in Europa Occidentale. Innanzitutto per l’approccio distensivo con Mosca e Pechino caratterizzato dall’affermazione che “tra noi e loro esistono profonde differenze ma si può lavorare su un terreno comune costituito dagli interessi condivisi”.
L’intesa con Vladimir Putin e l’annunciato impegno del candidato repubblicano a chiudere la “nuova guerra fredda” varata da Obama e sostenuta da Hillary Clinton (con il supporto dell’establishment industriale e militare che vedono l’opportunità di gonfiare nuovamente la spesa militare) dovrebbero godere di buona popolarità in Francia, Germania e Italia.
Se britannici e partner orientali della Nato condividono la rinnovata paura “dell’orso russo” in Europa Occidentale c’è da tempo molta insofferenza, emersa anche alla vigilia del summit Nato di Varsavia, per le pressioni di Washington ad aumentare la spesa militare e la mobilitazione contro una minaccia russa considerata inesistente.
Da un lato pesa l’esposizione dell’Europa agli attacchi del terrorismo islamico su vasta scala, ben più concreti del rischio che i tank di Putin entrino nelle Repubbliche Baltiche o marcino su Varsavia. Dall’altro gli europei considerano Mosca un partner economico ed energetico fondamentale a cui togliere le sanzioni volute dagli USA in seguito alla crisi ucraina, oltre che un alleato di ferro nella sempre più cruenta lotta ai jihadisti.
Inoltre la volontà di Trump di rinvigorire l’alleanza con Israele, mortificata dall’amministrazione Obama, a discapito delle intese con le monarchie sunnite del Golfo ambiguamente legate ai movimenti jihadisti dovrebbe risultare gradita agli europei che cominciano a comprendere l’importanza di fermare i finanziamenti in petrodollari del Golfo che aiutano la radicalizzazione delle comunità islamiche in Europa.
“Se l’Arabia Saudita non fosse sotto il mantello della protezione americana, non credo esisterebbe” ha affermato Trump proponendo che siano le truppe arabe a combattere l’Isis e aprendo a Bashar Assad per non far cadere la Siria in mano ai jihadisti. Valutazioni che, almeno sottovoce, vengono condivise anche nelle cancellerie europee considerato che tutti i servizi d’intelligence hanno ormai ripreso relazioni stabili con i colleghi di Damasco.
Le tendenze isolazioniste insite nello slogan “America first” e la pretesa di non regalare più agli alleati europei il “pacchetto – sicurezza” garantito dalle forze americane in Europa (che Trump vorrebbe in gran parte ritirare) aprono inoltre la strada ad un allentamento dei rapporti transatlantici e a un minore interventismo statunitense nel Vecchio Continente.
Elementi che dovrebbero venire valutati positivamente in Europa considerando la destabilizzazione generata dall’ondivaga politica di Obama (che probabilmente caratterizzerebbe anche la Clinton) e dai blandi e per nulla risolutivi interventi militari dall’Iraq alla Siria alla Libia che aprono sempre nuovi fronti senza chiuderne mai nessuno.
Trump vuole che gli alleati assumano maggiori oneri e responsabilità nella loro difesa (esorta persino Tokyo a dotarsi di armi nucleari), pretesa che coincide con la rinnovata aspirazione europea a dar vita a uno strumento comune di difesa, da tempo in discussione ma oggi più concretamente realizzabile dopo che il Brexit ha tolto di mezzo gli ostacoli da sempre posti da Londra.
Certo per ora si tratta solo di parole: del resto anche George W. Bush venne eletto con un programma di disimpegno militare dalle basi oltremare poi completamente rovesciato dopo l’11 settembre 2001.

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