L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 10 agosto 2016

Londra - L’obbiettivo della nuova strategia industriale dev’essere di mettere in piedi un’economia che funzioni per tutti

Londra: la nuova Thatcher sta seppellendo la vecchia. Cambia il paradigma?

Maurizio Blondet 10 agosto 2016

Giustamente Sapir lo segnala come una rivoluzione: la premier Theresa May, conservatrice, dello stesso partito che fu della Thatcher, ha annunciato il lancio di una vera politica industriale. Non saranno i “mercati” nella loro spontaneità, né la finanza così brava ad allocare i capitali, a pilotare il post-Brexit, ma una politica volontarista (così la chiama Sapir) di sostegno alle industrie del paese: quelle rimaste dopo 35 anni di desertificazione e delocalizzazione thatcheriana.

La signora May l’ha fatto il 2 agosto scorso, presiedendo la commissione interministeriale sulla ‘strategia economica e industriale’. Molto significative le motivazioni che ha addotto, e del resto le aveva pronunciate nel suo discorso d’investitura: se il Regno Unito vuol “approfittare delle opportunità offerte dal Brexit, bisogna che la nostra economia sia sfruttata tutta, per intero”. Non solo dunque la piazza speculativa della City, che da sola pesa per il 25 per cento del Pil. “L’obbiettivo della nuova strategia industriale dev’essere di mettere in piedi un’economia che funzioni per tutti”. Per tutti, senza esclusioni.

E udite udite il seguito: “Ciò significa lottare contro la bruciante ingiustizia del fatto che se siete nato povero, morirete in media nove anni prima degli altri. Se siete nero, sarete trattato dal sistema penale più duramente che se siete bianco. Se siete un ragazzo bianco della classe operaia, avete meno possibilità di chiunque nel paese di andare all’università. Se siete in una scuola di Stato, avete minori possibilità di entrare nelle migliori professioni che se foste stato istruito dalla scuola privata. Se siete donna, guadagnerete meno di un uomo. Se avete problemi mentali, non avrete abbastanza aiuto. Se siete giovane, troverete più difficile che mai avere la vostra casa”.

Sono frasi – dice giustamente Sapir – che avrebbe non potuto, ma dovutodire il capo dei Laboristi Jeremy Corbin. Il quale invece ha fatto una triste e conformista prapoganda per il “Remain” – restiamo sotto Merkel e Juncker, proletari! – a dispetto del fatto che il 70% delle circoscrizioni che avevano eletto un deputato laburista (cioè i suoi elettori) ha votato “Brexit”. Le aree che hanno subito la deindustrializzazione han capito meglio della dirigenza. Theresa May deve aver tenuto ben conto anche di questo dato sociale e politico.

L’ideologia non è più quella.

Ma attenzione: quando la signora elenca le “brucianti ingiustizie”, non sta dicendo che cercherà di rimediarvi per spirito assistenziale o buonismo francescano; quel che denuncia sono le inefficienze del sistema ultra-liberista e globalizzatore. Troppe aree e settori produttivi, troppe risorse umane, restano “non sfruttate” e ciò non consente di profittare appieno delle “opportunità offerte dal Brexit”.

La prima opportunità da non sprecare è ovviamente la svalutazione della sterlina dopo l’uscita (prima era sopravvalutata del 5%, oggi è sottovalutata del 7%), che ha reso l’economia inglese di colpo più competitiva: il turismo ha visto l’afflusso di 3 milioni di visitatori in più attratti dallo shopping, e l’export è visibilmente cresciuto negli ultimi due mesi.

Bisogna consolidare questo vantaggio che può essere momentaneo (anche se di per sé la svalutazione “è” politica industriale, o almeno il suo necessario preludio) . Il gigante farmaceutico GlaxoSmithKline ad esempio ha annunciato da pochi giorni nuovi investimenti nei siti di produzione che ha nel Regno, per 275: La siderurgica Tata Steel che a fine marzo aveva annunciato la vendita delle sue fabbriche in Gran Bretagna (con migliaia di licenziamenti) adesso ci ripensa e ha avviato trattative con ThyssenKrupp per una co-impresa britannica. Torna utile avere i costi in sterline e i ricavi in valute forti… Sicuramente nella riunione interministeriale si son passate in rassegna le storiche forze industriali rimaste , Jaguar Land Rover e la BAE aeronautica, e la siderurgia. Ma ci sono anche industrie di punta avanzata nell’elettronica. E il proposito è di “creare una economia aperta alle industrie nuove, in particolare quelle che avranno influenza sulle nostre vite in futuro”. E’ stato annunciato un programma per una migliore formazione degli operai qualificati – quelli che l’industria cerca e non riesce a trovare – e meno precisamente, misure per favorire investimenti diretti nel settori produttivi. “Ci occorre una vera strategia industriale che si concentri sul miglioramento della produttività – aveva detto la May il giorno della sua investitura – (un sistema) che ricompensi chi lavora duro con più alti salari, e crei più opportunità per i giovani, qualunque sia il ceto in cui sono nati”.

Se non sono stati forniti grandi particolari sulla nuova politica industriale, non vuol dire che essa non sia delineata nel governo. Lo si deduce dalla dichiarazione del ministro delle Finanze, Philip Hammond, che ha parlato diridurre lo scarto di produttività esistente tra Londra e i suoi dintorni e il resto del Paese, ciò che comporterà investimenti mirati in quelle zone per curarne il sottosviluppo. Hammond ha detto che questa riduzione dello scarto dovrebbe portare il 9% di crescita e far entrare nelle casse dello Sato 150 miliardi di sterline, ossia 179 miliardi di lire: vuol dire che il governo ha già fatto i suoi calcoli.

E’ quel che l’Istituto Tavistok chiama “un cambio di paradigma”. Il partito della Tatcher seppellisce il tatcherismo, meno dogmatico di tutti i nostri “liberisti” in cattedra e in poltrona nell’Europa. Oddio, cambia il paradigma, e i nostri Monti, Bersani Padoan, Giavazzi non hanno niente da mettersi. Ma se la moda dura, vedrete, si adegueranno. Anzi diranno che loro sono sempre stati per il “volontarismo” in economia. Senza affrontare ovviamente quello che è il problema italiano numero 1: l’inefficienza criminale e costosisssima del nostro apparato pubblico, dove nessuno sa più come si faccia una ‘politica industriale’ e forse nemmeno cosa vuol dire.


Era comunque meglio

Val la pena di notare che, da parte del Regno Unito, è un ulteriore allontanarsi dagli Usa, dove il ‘capitalismo selvaggio’ della finanza terminale e globale trionfa ogni giorno più cattivo.

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