L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 agosto 2016

Un cialtrone al governo che non avrebbe MAI dovuto esserci ha giocato con la pelle degli italiani, il suo compito era creare la Piena Occupazione Dignitosa

POLITICASCENARIO/
L'autunno caldo in arrivo per Renzi
Gianluigi Da Rold

venerdì 12 agosto 2016
Porca miseria, l’Italia non riparte! E la famosa luce in fondo al tunnel resta sempre lontana. 

Deve esserci in corso una congiura giudaico-massonica contro il nostro fiducioso premier Matteo Renzi e i registi della “congiura” stanno probabilmente (si fa per dire) all’interno dell’Istat, il nostro Istituto nazionale di Statistica. 

Non è semplice, anche se appare come l’ultima risorsa, fare ironia su quello che sta ancora accadendo, con una cadenza quasi ossessiva. Ma non è possibile, con tutto il dispiacere che ti prende, conoscere dall’Istat, all’ennesimo ragguaglio trimestrale, che l’Italia, dopo nove anni di crisi, è ancora in deflazione. 

Nonostante tutte le rassicurazioni e le note di ottimismo, il motore dell’economia italiana rischia di incepparsi. Prima è stata la produzione industriale a segnare a giugno una pesante battuta d’arresto, poi i dati sull’inflazione e persino quelli sull’export sono diventati negativi.

In breve sintesi, nonostante le iniezioni di liquidità della Bce, non si arresta la caduta dei prezzi e a luglio l’Italia resta in deflazione: su base annua il segno è appena del -0,1%, ma se si fa un ragguaglio con giugno la discesa è del -0,4%. Va male anche sul fronte del commercio estero perché le esportazioni sono calate e l’import è fermo. In sostanza, i consumi non sono affatto ripartiti.

Adesso siamo a poche ore dalla conoscenza della revisione (è già prevista al ribasso) del Pil. E speriamo ardentemente che non ci siano “gufi”, “menagramo”, oppure nuovi “congiurati” che ci forniscano un quadro deprimente dello stato dell’economia italiana, dopo (occorre ripeterlo sempre) nove anni di fila di crisi mondiale, quella che un commentatore economico del Corriere della Sera (proprio nell’agosto del 2007) si sbilanciava a dire che si sarebbe stata risolta in un paio di mesi.

Ora è anche probabile che, per sfuggire a questi dati economici, gli italiani si rifugino nei bar per discutere il nuovo testo dell’articolo 70 della Costituzione (quello sul procedimento legislativo) che alcuni hanno definito un cruciverba. Purtroppo altri dati statistici indicano che solo il 4% degli italiani è interessato alla riforma istituzionale, ma quasi tutti sono invece in attesa di una ripresa di produzione, di una crescita economica, di posti di lavoro, di diminuzione della pressione fiscale, di consumi e di altre “ quisquilie e pinzillacchere” che riguardano la vita reale delle persone.

Ora, è evidente che tutto quello che accade in campo economico non può essere attribuito a Matteo Renzi. Nella grande recessione mondiale, da quando fallì Lehman Brothers, e un grande “inviato” della grande finanza si presentò alla Casa Bianca per spiegare che o “ci date questo assegno o da domani questo mondo non c’è più”, si è assistito al fallimento conclamato, ripetuto e ribadito della riscoperta del neoliberismo, che era stato consacrato non solo contro gli interventi dello Stato, ma pure con le opportunità di interventi statali temporanei come suggeriva un liberale come Lord Keynes. 

In definitiva, i teorici della “mano invisibile” che aggiusta i mercati sono i cantori di una favola che è diventata come quella dell’araba araba fenice: tutti sanno dov’è, ma nessuno lo dice. Il problema di Renzi è che malgrado le sue “epiche battaglie sulla flessibilità” in quella realtà europea che è diventata la nuova “semplice espressione geografica” dei nostri giorni, sembra in linea con questo capitalismo rampante, con il Ceo di “JP Morgan” Jamie Dimon, quello che dovrebbe sistemare Monte dei Paschi di Siena ed è il massimo esponente di una banca che suggeriva nei suoi documenti come rifare le Costituzioni, come quella italiana, troppo democratica, troppo schierata in difesa dei lavoratori e dei contratti di lavoro. In più non si capisce perché i dati della ripresa o, meglio della non ripresa, siano sempre da interpretare.

In realtà, l’estate rischia di passare in fretta per il nostro Presidente del Consiglio e può arrivare la sorpresa di un autunno piuttosto concitato, tanto da far rimpiangere quello “caldo”, come si diceva una volta. Se la ripresa economica, come pare, non riparte, il governo rischia di trovarsi impantanato in nuove promesse per cercare di superare la recessione permanente con una legge di stabilità che sarà stilata con una cura molto particolare, ma che difficilmente potrà risolvere i problemi della fiscalità, della crescita, del lavoro, di un solido aiuto alla povertà. Resta aperto, e in parte con lati non chiari, un problema bancario che la mancata ripartenza italiana difficilmente riuscirà a risolvere.

Ma oltre a questi nodi tutti da sciogliere, ci sono altri problemi che incalzano in un contesto internazionale che sembra contrassegnato da un caos difficilmente governabile. A parte tutte le “schivate” possibili fatte in questi mesi, la questione libica investe inevitabilmente, come si era capito da tempo, anche l’Italia. Fayez al-Sarraj “comunica”, via Corriere della Sera, di fatto che l’Italia diventa operativa (o è già operativa?) nella partita libica, che si gioca contro l’Isis certamente, magari anche con la conquista (che sembra già attuata della zona di Sirte), ma che è anche una partita sui giacimenti di petrolio, dove l’interesse vede una concorrenza tra le stesse nazioni occidentali. Muoversi su quel terreno è un altro rischio da prendere con le molle e da non sottovalutare.

Il recente incontro tra Putin ed Erdogan non pare un ribaltamento di alleanze come molti prevedono. Piuttosto è come se Erdogan, diffidente verso gli Usa e deluso dall’Europa (sempre più silenziosa ed enigmatica), tenti di giocare anche su un altro tavolo con un’alleanza che faccia una sorta di cerniera dalla Russia fino all’Egitto, cercando di avere dei punti fermi a tutte le destabilizzazioni che ha provocato una politica estera americana, soprattutto in Medio Oriente, piuttosto insensata.

È difficile prevedere gli sviluppi di questa situazione, anche le stesse reazioni dell’Isis alla perdita di Sirte. Il fatto è che il coinvolgimento italiano in questo contesto internazionale ha aspetti problematici con l’Egitto (caso Regeni), con la Turchia (Erdogan dice che due addetti militari turchi sono fuggiti in Italia dopo il golpe fallito).

Aggiungiamo a questo altri rischi di controllo del flusso migratorio. C’è una situazione tesa a Ventimiglia, un’altra complessa a Como e ci sono problemi “stanziali” a Milano, dove si cerca il modo di sistemare migliaia di profughi. In attesa di sapere come si comporterà la Turchia per il famoso accordo con l’Europa, vale la pena di non dimenticare che il 1 (2) ottobre c’è un referendum austriaco dove si preannuncia la vittoria di un partito che molti definiscono neonazista. Quanti muri si costruirebbero al Brennero?

Vista questa situazione italiana nel suo complesso, siamo sicuri che in autunno parleremo molto del referendum costituzionale? Sarebbe una speranza.

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2016/8/12/SCENARIO-L-autunno-caldo-in-arrivo-per-Renzi/718525/

 

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