L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 28 settembre 2016

2016 crisi economica - la realtà incombe e anche l'Arabia Saudita inizia a pagare il suo prezzo

Arabia Saudita nel panico: tagliati gli stipendi pubblici del 20% e ansia per la riunione informale dell'OPEC
di Andrea Spinelli Barrile @spinellibarrile a.spinelli@ibtimes.com 27.09.2016 15:02 CEST


Il principe ereditario dell'Arabia Saudita Mohammed bin Naif bin Abdulaziz Al-Saud all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. New York, USA, 21 settembre 2016. 
REUTERS/Carlo Allegri

La crisi petrolifera internazionale continua a mordere e a farne maggiormente le spese sono quelle economie che sul petrolio, in passato, hanno puntato tutto ritrovandosi oggi con un pugno di mosche in mano: re Salman al-Saud dell'Arabia Saudita ha emesso un regio decreto, lunedì 26 settembre 2016, con il quale ordina il taglio del 20 per cento degli stipendi dei ministri sauditi e ordina il ridimensionamento sostanziale dei vantaggi finanziari per i lavoratori del settore pubblico.

Il decreto avrà effetto quasi immediato, entrando in vigore il prossimo 1 ottobre.

I cittadini arabi hanno appreso la notizia, decisamente sensazionale per gli standard sauditi, daEkhbariya TV la sera del 26 settembre: è la prima volta nella storia del regno saudita che si assiste ad un taglio degli stipendi pubblici e governativi, una misura che colpisce due terzi dei lavoratori sauditi.

Per indorare ai sudditi la pillola re Salman, nel decreto, ha previsto anche il taglio del suo stipendio: ildeficit dell'Arabia Saudita ha raggiunto la cifra record di 100 miliardi di dollari lo scorso anno. Il risparmio e la necessità di trovare nuove fonti di finanziamento che non siano unicamente l'estrazione, la raffinazione e la rivendita dell'oro nero sono oggi una necessità molto urgente per il regno, che negli ultimi due anni ha osservato il tracollo economico sin qui senza mostrare grandi idee su come affrontarlo.

In un certo senso il decreto di re Salman è un segno dei tempi che corrono ma in un Paese abituato ad una ricchezza sfrenata garantita a una larghissima fetta, ovviamente sunnita, della popolazione, dipendenti pubblici che hanno sempre incassato stipendi e bonus faraonici e una media della popolazione che ancora oggi vive nel lusso, almeno nelle principali città arabe, la decisione di ridimensionare non poco il benessere dei sudditi potrebbe far saltare la mosca al naso a qualcuno.

Ragion per cui, gli unici dipendenti pubblici che non sono stati colpiti dal regio decreto sono i soldati. La principale preoccupazione del governo di Riyad, in questo momento, riguarda lo Yemen e, di fatto, laguerra per procura condotta contro il regime iraniano: da 18 mesi l'Arabia Saudita conduce un'azione militare importante e costosa in territorio yemenita, dove i soldati arabi devono affrontare una resistenza durissima dei ribelli sciiti Houthi. Un'emorragia per le casse dello Stato arabo che, sommata con la considerevole riduzione degli introiti petroliferi e alla riduzione delle risorse finanziarie interne, in breve potrebbe trovarsi in serissime difficoltà economiche.

Al contrario gli arcinemici iraniani sembrano uscire da una stagnazione economica che durava da anni, grazie anche allo storico accordo sul nucleare che ha sollevato parte delle sanzioni internazionali su Teheran, e questo rappresenta ben più di un campanello d'allarme per il regno Saudita.

Quest'anno Riyad ha presentato un piano di riforme e investimenti, chiamato “Vision 2030”, che porterà all'ingresso dei privati nel settore petrolifero e ridurrà la dipendenza petrolifera dell'economia araba: il decreto del 26 settembre rientra quindi in una visione di ampio respiro, che prevede tagli ulteriori ai benefit del settore pubblico per incentivare l'iniziativa privata e un generale aumento delle tasse. Aumenteranno le multe per violazioni del codice della strada, il costo dei visti per entrare in Arabia Saudita, sono già stati tagliati i sussidi energetici e idrici e a nulla sono valse le proteste contro le nuove tariffe idriche: il ministro responsabile degli aumenti è stato licenziato ma le nuove tariffe sono rimaste invariate e addirittura il principe ereditario Mohammed bin Salman ha dichiarato che tali aumenti sarebbero dovuti essere maggiori.

Insomma, di fatto la situazione nel regno è la seguente: il costo della vita sta progressivamente aumentando, gli stipendi si stanno considerevolmente abbassando (con il taglio dei bonus pubblici alcuni lavoratori potrebbero addirittura prendere il 50 per cento in meno, dal 1 ottobre, spiegano diversi analisti a Middle Easy Eye), la disoccupazione aumenta e diminuiscono i posti di lavoro nel settore dell'edilizia e i danni per la classe media si avvertono già da diversi mesi. In una società, quella araba, che per molto tempo ha vissuto nel benessere, isolata da questi problemi – che poi sono i problemi di tutti – l'attuale contingenza potrebbe diventare in breve esplosiva, anche perché il tutto avviene in una situazione di conflitto generale, visto che tutt'attorno ai confini arabi infuria la battaglia.

L'inflazione è più che raddoppiata rispetto lo scorso anno, oggi si attesta al 4 per cento del PIL, e anche i consumi cominciano a ridursi: i consumatori sauditi optano, per il momento, per soluzioni più economiche ma in breve, secondo il Wall Street Journal, potrebbero optare per il risparmio tout-court.Bloomberg scrive che il malcontento, nella società saudita, è palpabile e in molti cominciano a mostrare un senso di ansia fortissimo circa l'economia.

Questa settimana si terrà ad Algeri una riunione informale dell'OPEC e secondo il ministro algerino del petrolio Noureddine Boutarfa l'Arabia Saudita sarebbe “in preda al panico, pronta a tagliare la produzione di mezzo milione di barili al giorno”. Nel mese di agosto il regno ha estratto 10,7 milioni di barili al giorno, un record rispetto ai 10,2 che pompava in gennaio, ma la situazione attuale è molto più critica rispetto all'ultima riunione dell'OPEC, tre mesi fa: oggi i mercati sono in eccesso di offerta di ben 1 milione di barili al giorno e la tendenza sembra essere di ulteriori aumenti della sovrapproduzione, con la ripresa delle estrazioni in Libia e Nigeria e con l'aumento delle estrazioni da parte della Russia. Una situazione che potrebbe protrarsi fino alla fine del 2017, cosa che metterebbe letteralmente in ginocchio l'economia araba: il gioco cui sta giocando Riyad è, in tal senso, molto rischioso e comunque potrebbe non essere sufficiente.

L'Iran sembra non intenzionato a tagliare la produzione, lo stesso vale anche per il Venezuela che vorrebbe aumentarla per sopperire così alla crisi economica cercando nuovi mercati ed erodendo ulteriormente i commerci arabi.

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