L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 10 settembre 2016

Asia - "le Filippine non sono uno stato vassallo". "Abbiamo cessato da tempo di essere una colonia degli Stati Uniti"

FILIPPINE - 09 settembre 2016 - 16:00

USA-Filippine: gli insulti di Duterte e il tramonto del Pivot to Asia di Obama
Dall’uscita fuori luogo del leader di Manila traspare il fallimento della politica estera adottata dagli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico negli ultimi anni


di Priscilla Inzerilli

Un nuovo smacco per il presidente Barack Obama che il 5 settembre, all’indomani della gelida accoglienza riservatagli al suo arrivo in Cina, in occasione del G20, ha dovuto incassare gli insulti del neo presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, da molti definito il “Donald Trump asiatico” per i suoi toni violenti e politicamente scorretti.

Se il comitato di accoglienza cinese si era infatti “limitato” a negare al presidente degli Stati Uniti il red carpet e la scaletta per scendere dall’aereo presidenziale, che sono stati invece forniti a tutti gli altri leader atterrati presso lo Xiaoshan International Airport di Hangzhou, il presidente filippino si è spinto oltre i limiti della diplomazia, insultando apertamente Obama utilizzando un termine, putang ina, che in lingua tagalog (l’idioma più diffuso nelle Filippine) può essere tradotto con “figlio di p…”.

Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte

I due leader si sarebbero dovuti incontrare a Vientiane, capitale del Laos, a margine del vertice dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), ma nella giornata di martedì 6 settembre la Casa Bianca ha reso noto che il meeting bilaterale era stato cancellato e che il presidente Obama avrebbe invece incontrato la leader sudcoreana Park Geun-hye. Il presidente filippino ha poi espresso pentimento, dichiarando il proprio rammarico per il fatto che il suo commento fosse stato interpretato come un attacco personale.

A provocare la reazione di Duterte sarebbe stata la domanda di un giornalista, il quale gli avrebbe chiesto cosa avrebbe risposto a Obama qualora questi avesse preteso spiegazioni sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulle circa duemila esecuzioni sommarie ordinate nei confronti dei criminali – prevalentemente narcotrafficanti, ma anche “ladri e corrotti” – che infestano il Paese.

Duterte avrebbe risposto stizzito che “le Filippine non sono uno Stato vassallo”. “Abbiamo cessato da tempo di essere una colonia degli Stati Uniti”, ha proseguito Duterte, intimando Obama di “essere rispettoso” e di “non fare domande”. E ancora, “Putang ina, ti insulterò in quell’incontro”.

Obama, al termine dell’incontro con il gruppo del G20 ha definito ironicamente Duterte “un tipo pittoresco”, precisando di aver dato istruzioni ai membri del suo staff affinché si consultassero con i loro omologhi filippini al fine di comprendere se il momento attuale potesse essere effettivamente il migliore per poter avere “conversazioni costruttive e produttive”. Alla fine il confronto è saltato e la sera del 7 settembre, poco prima della cena di gala dell’ASEAN, Obama e Duterte hanno avuto un breve incontro informale consentendo così, almeno per il momento, ai due Paesi di ricucire lo strappo diplomatico.

D’altronde, l’alleanza con gli Stati Uniti è di fondamentale importanza per le Filippine, che contano sull’appoggio di Washington per una risoluzione dell’arbitrato riguardante l’area contesa del Mar Cinese Meridionale come argine contro le rivendicazioni di Pechino.


Il governo degli Stati Uniti, da parte sua, ha tutto l’interesse a mantenere buoni rapporti con il proprio partner nel Sud-Est asiatico, soprattutto in vista della possibilità di un dispiegamento di truppe USA in territorio filippino. Un’eventualità, prevista in un accordo tra Washington e Manila, che ha però suscitato nei mesi scorsi le proteste della popolazione locale.

La presenza politica, economica e militare degli Stati Uniti nell’area del Sud-Est asiatico è una parte importante del cosiddetto “Pivot to Asia”, o perno asiatico, la strategia di ribilanciamento nell’Asia-Pacifico promossa dall’amministrazione Obama, volta a “riequilibrare” l’espansione della Cina nella regione.

Ma con l’attuale stallo del Trans-Pacific Partnership – ovvero il progetto del trattato di libero scambio a guida USA con i Paesi del Pacifico – la crescente assertività militare della Cina e il rinnovato protagonismo della Russia sullo scenario internazionale, il “Pivot” di Obama, prossimo alla fine con il termine del secondo e ultimo mandato del presidente alla guida della Casa Bianca, sembra destinato a rimanere sulla carta.

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