L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 28 settembre 2016

"immigrazione di rimpiazzo" il globalismo deve funzionare perché è la spoliazione dei popoli


Un governo mondiale dell’economia e della finanza

Caro Severgnini, le vere menti dietro questo trasbordo incredibile di popolazioni dall’Africa e dall’Asia all’Europa non sono poi tanto difficili da identificare. Ma strano che con tanti dietrologi in servizio permanente effettivo pochi, in Italia, tentino di andare oltre il misero paravento degli “scafisti”, cercando di capire il credo, non tanto misterioso, sotteso da questo enorme travaso di esseri umani. L’ideologia dei sostenitori di questo progetto di travaso e di confusione di popoli è la globalizzazione (o globalismo o mondialismo o mondializzazione che dir si voglia), condotta in nome di una “solidarietà” planetaria mirante all’azzeramento dei confini nazionali.

È un’ideologia caleidoscopica che trova concordi i cristiani (“siamo tutti figli di dio”); i massoni (“vogliamo un governo illuminato mondiale”); gli orfani del comunismo internazionalista “malpagati e senza lavoro di tutto il mondo extraeuropeo unitevi, e andate in Europa”; i finanzieri con portafoglio multinazionale (“è ingiusto e immorale limitare i confini dei profitti”); i fautori di un’Europa senza patrie, assetati ancora di spazio. Vi sono poi i membri di comunità nomadi e cosmopolite per le quali il superamento dei confini nazionali fa parte della propria identità storica. Esse avversano i patriottismi altrui, mentre hanno elevato il proprio nazionalismo a dogma religioso.

La rivista “The Economist”, dietro i cui articoli non firmati agiscono i propagandisti provenienti dai ranghi di piu’ di una delle categorie appena menzionate, porta avanti da anni, con ardore, il discorso pro-globalista. La rivista fu creata con questo esplicito intento: attuare una sorta di governo mondiale dominato dalla logica dell’economia e della finanza. Il nemico di tutti questi, insomma, è la “nazione”. A costoro occorre infine aggiungere gli americani, sostenitori di una globalizzazione condotta all’insegna della supremazia della nazione statunitense sul resto del mondo.

Claudio Antonelli, onisip@hotmail.com

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