L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 28 settembre 2016

L'imbecillità dei nostri euroimbecilli si espande geometricamente senza limiti

SIGNOR MINISTRO, L’ITALIA HA BISOGNO DI TUTTO TRANNE CHE DI PERDERE ALTRA SOVRANITÀ

(di Giampiero Venturi)
27/09/16 
Esercito europeo, non esercito europeo… il dibattito delle ultime ore si è accentrato sulle definizioni e sulle sfumature. Quel che le chiedo viceversa Signor Ministro, è la direzione… Sì, la direzione, il punto di riferimento per orientare il timone.
Il punto, mi consenta, non è definire il livello di commistione dello strumento militare con i nostri partner europei, né tantomeno capirne la funzione e le modalità d’impiego.
Alla luce della doccia fredda ricevuta dal presidente francese Hollande, quel che più risulta difficile capire è perché l’Italia sia spesso in testa ad iniziative di cui a noi poveri mortali sfugge l’utilità diretta.
La sovranità, come Lei m’insegna, si articola in strumenti operativi che ne mostrano l’effettiva consistenza. Come figli d’Europa abbiamo delegato quella economica, lasciando la politica monetaria e quella di bilancio tra Bruxelles e Francoforte; molte delle nostre scelte in politica estera non sono tali in virtù di vincoli e alleanze secolari; molto della nostra vita quotidiana è deciso lontano da noi, in barba a quella modernità che vuole il cittadino a ridosso delle istituzioni. In un contesto simile, una forza militare condivisa con altri Paesi è davvero quello di cui abbiamo bisogno? In termini più diretti, a quale interesse concreto corrisponde?
Fuor di retorica, ci si chiede dove nascano questa smania di concertazione e questo slancio alla condivisione senza se e senza ma. Il ragionamento può sembrarle gretto, vittima di un provincialismo datato, ma prendendo atto dei comportamenti altrui, sembra più che legittimo.
La Francia atlantica dei nostri tempi, seppur lontana dal sussiego degaulliano, si permette di gelare l’iniziativa negando l’esistenza all’orizzonte del progetto di un esercito europeo. È la stessa Francia che continua a tutelare i suoi interessi nel mondo a prescindere dalla famiglia europea e dalla concertazione. Le risparmio l’elenco delle missioni militari condotte in autonomia da Parigi negli ultimi anni…
La stessa Germania, che della famiglia europea rappresenta la mamma con la borsa e il portafogli, nicchia con stile, presa tra i suoi dubbi elettorali e le riflessioni necessarie su cosa sia l’Unione oggi.
Solo l’Italia, tra i Paesi fondatori del progetto continentale, continua ad agitarsi euforica dando prova generosa della sua incompresa e a volte incomprensibile disponibilità. Somigliamo sempre più ad un tizio che si vanta di partecipare ad una festa a cui in realtà nessuno lo ha invitato. Una festa, che probabilmente non ci sarà neppure.
Le ragioni amene di un orizzonte comune e bla bla bla… le conosciamo tutti Signor Ministro. La nostra generazione è cresciuta a pane ed Europa. Negli ultimi tempi più ad Europa che a pane in realtà…
Se le considerazioni rientrano in ideali di principio, niente da eccepire. Un cattivo provincialismo è sempre meno popolare di un buon politicamente corretto. Se rientriamo invece nella ragion pratica, prima che pensare al nostro strumento militare come leva d’interessi condivisi, sarebbe forse il caso di isolare e riconoscere bene i nostri. Sarebbe forse il caso di identificare quelle coordinate geopolitiche che rendono una politica estera e di difesa coerente e credibile.
L’Italia è circondata da provincialismi (quelli sì) che a colpi di muri e “prima noialtri…” indicano una scarsa dedizione alla casa comune.
Il ruolo dei precursori romantici deve spettare sempre a noi? Prima di pensare ad un esercito europeo sarebbe forse opportuno rinfrescarne la missione e rinverdire il legame fra strumento militare e madrepatria, ammesso che abbia ancora un senso. In anni di missioni internazionali dagli obiettivi non sempre cristallini per i comuni mortali (gli stessi di sopra…), si è rischiato di smarrirsi un po’.
Le ricordo che anche in divisa siamo un’eccellenza. Non abbiamo il compito di annacquarla per forza. Prima di un futuro esercito europeo, bisognerebbe capire meglio il futuro dell’Europa. Magari dando un occhio anche a quello dell’Italia. Non si sa mai…
(foto: Ministero della Difesa)

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