L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 28 settembre 2016

L'Italia presente prossimo - la prescrizione un punto dolente per salvare i politici che fanno affari mafiosi-massonici

L’INTERVISTA

Andrea Orlando: «Sulla giustizia
il governo può cadere»


Il ministro della Giustizia: «Indispensabile verificare se esistono le condizioni per il percorso ordinario». Numeri risicati per le diffidenze di Ncd e di un pezzo di Pd
di Giovanni Bianconi




PIANOSA «Il problema, come si sa, è che abbiamo numeri risicati su una materia incandescente ed escludo che ci sarà la convergenza di altri gruppi parlamentari, a partire da Ala. Per questo è indispensabile verificare se esistono le condizioni per il percorso ordinario». Il ministro della Giustizia Andrea Orlando è preoccupato, teso e anche un po’ stanco. Però non ha voluto rinunciare a venire a Pianosa, dove il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha organizzato una tavola rotonda sui «progetti integrati di reinserimento sociale» che cercano di prendere il largo proprio da quest’isola che ospitò il penitenziario di massima sicurezza per terroristi e mafiosi. A Roma l’aspetta la discussione al Senato sul destino della riforma del processo penale, appesa a un voto di fiducia prima negato da Renzi e autorizzato solo ieri sera dal Consiglio dei ministri. Ora si tratta di verificare che ci siano le condizioni.

Avete paura che il governo possa cadere sulla riforma della giustizia? 
«Il Nuovo centrodestra e un pezzo di Pd non si fidano uno dell’altro, basta che qualcuno non si presenti al momento del voto e il gioco è fatto. Per questo l’altra sera Renzi ci ha chiesto opportunamente di verificare prima la situazione. Ncd ha già dimostrato grande diffidenza rispetto agli emendamenti presentati da un paio di senatori del Pd, Casson e Lumia, facendo mancare il numero legale».

E il suo collega Alfano che dice?
«Mi ha assicurato che avrebbe fatto un lavoro sui suoi parlamentari, è stato lui ieri (lunedì, ndr) a chiedere di mettere la fiducia, ma la situazione è rimasta incerta».

Lei che cosa propone?
«Io non sono un fan del voto di fiducia. Ho sempre detto, trattandosi di materia penale, che preferivo cominciare a votare sui singoli articoli e vedere come andava. La materia è molto divisiva e non sono mancate, nella discussione, posizioni differenziate anche dentro il Pd. Ma i capigruppo mi hanno detto che non erano in grado di garantire questo percorso. Perciò s’è posto il problema della fiducia, che però presenta altri rischi oggettivi. C’è grande cautela per quello che può avvenire sul piano politico generale, più che paura sul merito del provvedimento».

Pensa che Renzi sia disposto a far morire la sua riforma, pur di non mettere in gioco il destino del governo alla vigilia del referendum?
«No, non credo e non sono disposto nemmeno io. Del resto se avesse voluto bloccare la legge, in passato avrebbe avuto più di un’occasione. Ci ha solo invitato a monitorare bene le condizioni al Senato. Io sono d’accordo a verificare se ci sono le condizioni per il percorso ordinario che comporta la prova dei voti segreti sui singoli emendamenti, fatta salva la tenuta sui passaggi essenziali».

Intanto c’è la conferma che in tema di giustizia la maggioranza traballa. Ncd non ha digerito l’allungamento dei tempi della prescrizione, così come una parte del Pd.
«Non è una sorpresa. È inoltre passata l’idea che sia un provvedimento che comprime le garanzie, credo che sia l’effetto del protagonismo di alcuni senatori del Pd che hanno voluto presentare i loro emendamenti. Ma è un effetto dovuto più ai titoli di giornale che a modifiche nel merito. In realtà rispetto a quello uscito dalla Camera e dal Consiglio dei ministri il testo è stato smussato perché dopo la prima sentenza la prescrizione si blocca per soli 18 mesi, anziché 2 anni».

È ciò che contestano i magistrati. Per Davigo questa legge è «inutile se non dannosa».
«L’ho sentito. Peccato però poi mi abbiano presentato un dossier con le loro proposte, e ho scoperto che per metà sono già contenute nel testo in discussione al Senato. Non so se Davigo le collochi tra le inutili o le dannose. Di questa legge si parla solo in relazione a prescrizione e intercettazioni, ma contiene molte altre norme utili, fra l’altro, a sveltire i processi e modificare un ordinamento penitenziario che risale al 1975».

Quindi se la situazione non si sblocca vi convincerete a chiedere la fiducia?
«Non si deve convincere nessuno, insieme si deve valutare la strada migliore per approvare una riforma che considero molto importante e che attua alcuni dei dodici punti con cui annunciammo il percorso di riforma della giustizia».

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