L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 10 settembre 2016

Monte dei Paschi di Siena - impedire a Renzi di regalare la banca a Jp Morgan, nazionalizzarla e farla diventare esclusivamente una banca di risparmio (commerciale). Si Può e si deve

Mps, sul ritiro di Viola l'ombra di Renzi e Jp Morgan

Dopo mesi di tira e molla l'ad Mps costretto a lasciare. Dietro le dimissioni il pressing del premier e di Jp Morgan. I retroscena raccontati da Occhio di lince.

di Occhio di lince

09 Settembre 2016


Fabrizio Viola, amministratore delegato dimissionario di Mps.

Tanto tuonò che piovve. Era da più di un mese che alcuni giornalisti si erano resi grancassa – chissà se tutti inconsapevolmente – degli interessi che volevano sbarazzarsi di Fabrizio Viola per fare di Mps un solo boccone.
«Si dimette», «sta per lasciare», «il mercato reclama facce nuove»: questi e altri simili erano i rumor che con cadenza quasi quotidiana venivano offerti al pubblico, con l’effetto di mettere in allarme i risparmiatori e creare le condizioni perché il titolo della banca senese, già sofferente, prendesse sonore legnate in Borsa.
L'AD NON PENSAVA ALLE DIMISSIONI. Il vostro Occhio (di Lince), puntato come un faro sulla vicenda, è però rimasto aperto e non si è bevuto l’intruglio confezionato nel retrobottega di qualche banca d’affari e in alcune stanze di palazzi romani.
Tant’è che vi abbiamo già raccontato – in compagnia del solo Giorgio Meletti del Fatto Quotidiano, va detto per onestà – di come andavano le cose: Viola non aveva alcuna intenzione di dimettersi, né alcuno gli aveva chiesto (fino all'8 settembre) di farlo, ma, tant’è, dirlo avrebbe finito per trasformare una non notizia in una vera news.
A casa mia si chiama tecnica di logoramento: racconti una cosa falsa fino renderla vera contando sul cedimento di nervi del soggetto preso a bersaglio.
Così sono andate le cose. Con una variante decisiva, però: Viola non si è dimesso perché non ne poteva più delle illazioni che lo riguardavano, ma è stato dimissionato. Con tatto formale, per carità, ma non per questo non senza sostanziale brutalità. Costretto ad arrendersi. A chi?
PER ORA SOLO SILENZIO SULLA VICENDA. Lui si è chiuso in un comprensibile silenzio, che forse romperà più avanti (non lo auguro ai suoi nemici) dopo che avrà terminato la fase di transizione che con spirito di servizio ha messo a disposizione della banca, e dunque non lo ha rivelato neppure ai suoi più stretti collaboratori.
Ma, per come sono andate le cose fin qui, non è difficile intuirlo: si è arreso a chi ha fatto presente a lui e al consiglio di amministrazione della banca – chissà su quali basi e in possesso di quali informazioni – che con Viola al comando, il Montepaschi l’aumento di capitale e più in generale il piano di risanamento messo a punto (cessione delle sofferenze e ricapitalizzazione) non li avrebbe potuti portare in porto.
E chi è titolato, almeno sulla carta, a sapere che il non meglio identificato “mercato” richiederebbe questa discontinuità gestionale? Anche qui si va per intuizione, ma si rischia di sbagliare poco o nulla se si pensa a coloro, JP Morgan e Mediobanca in testa, che a suo tempo sono stati scelti per formare il cordone sanitario (sic!) intorno a Mps e portare a compimento le operazioni previste dal piano di definitiva messa in sicurezza dell’istituto.
E a chi possono aver raccontato questa storia se non alle massime istituzioni? «È gente di mercato, figuriamoci se non ha orecchie buone per ascoltare il tam-tam di chi dovrà mettere i soldi nella ricapitalizzazione», avrà pensato qualcuno a cui è stato fatto il punto della situazione.
Sì, ma chi? Bankitalia? Mah. Ormai conta poco, e vi posso assicurare per averlo sentito con le mie orecchie che il governatore Ignazio Visco e il vicedirettore Fabio Panetta (gli unici che hanno voce in capitolo) hanno una tale stima di Viola che mai si sarebbero sognati di fare una cosa simile.
La Bce? Non certo Mario Draghi. Primo perché non si occupa di questioni come questa. E secondo perché ha stima di Viola non meno dei suoi ex colleghi di via Nazionale. Forse quei discolacci della Vigilanza? A parte che se fossero stati loro a dire a Viola di togliersi di torno perché il mercato vuole altro, avrebbero creato un precedente micidiale, ma in questi anni mai un rilievo è stato fatto da parte loro nei confronti di Viola, consapevoli del fatto che il disastro era stato creato dai predecessori e che il banchiere chiamato quattro anni fa con Alessandro Profumo a raddrizzare le gambe al morto senese aveva compiuto il miracolo di tenere aperta una banca virtualmente fallita.
Vien da domandarsi: fosse stato il Tesoro? Ma se il buon Padoan non ha mai preso una decisione una da quando fa il ministro! Suvvia, come si fa a pensare che sia stato lui a raccogliere e accogliere le voci di chi paventava che con Viola alla tolda di comando la nave Mps avrebbe fatto la fine della Costa Concordia al Giglio? No, impossibile.
Sì, è vero, abbiamo scritto proprio qui che qualcuno al ministero dell’Economia coltivava ambizioni e faceva giochetti strani, ma è gente che poteva abbaiare, non mordere.
L'OMBRA DI PALAZZO CHIGI SULLA MANOVRA. E allora non rimane che pensare a palazzo Chigi. Certo, Renzi è andato a Porta a Porta a dire che lui di banche non se ne occupa. Ma non sarebbe la prima volta che Matteino racconta bugie.
E poi c’è quel pranzo a palazzo Chigi – il 6 luglio, se non ricordo male – con ospite d’onore il numero uno della JP Morgan, Jamie Dimon, alla presenza dell’ex ministro Vittorio Grilli (che offre i suoi servigi alla banca americana) e al presidente della Cdp Claudio Costamagna, che ha la sua neo moglie (casata Brivio Sforza) appena approdata in JP Morgan proprio grazie a Grilli.
Lì, secondo quanto riferito da un articolo (mai smentito) di Meletti, furono gettate le basi per consentire a Jp Morgan di mettere le mani su Mps (che evidentemente interessa, a riprova che questi quattro anni di risanamento non sono passati invano). Fino al punto di ascoltare la richiesta di togliere dai piedi Viola, non prono a quel disegno, e di mettere al suo posto un soldato fidato, quel Marco Morelli, oggi in Merrill Lynch ma a lungo in Jp Morgan, che i giornali giustamente segnalano come il nuovo amministratore delegato, anche a costo di ignorare che ha lavorato con Mussari e che in tutti i casi a capo di Mps ci vuole un banchiere commerciale e non d’affari.
D’altra parte, che Renzi fosse culo e camicia con Jp Morgan lo si sapeva fin da prima che diventasse presidente del Consiglio. Il primo giugno 2012, infatti, Dimon organizzò una cena a palazzo Corsini a Firenze per l’allora sindaco della città, auspice Tony Blair, che da quando ha smesso di fare il primo ministro è diventato consulente-lobbysta della banca. E sempre l’ex premier inglese è stato l’organizzatore di una seconda cena conviviale Dimon-Renzi, questa volta a Londra, nell’aprile del 2014, ospiti dell’ambasciatore Pasquale Terracciano.
Cosa notata dal quotidiano britannico Daily Mirror, che scriveva lapidario: «Renzi è il Blair italiano non solo nelle intenzioni politiche, ma anche nelle alleanze economiche. Un esempio? La JpMorgan».
Con buona pace di Fabrizio Viola.

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