L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 28 settembre 2016

Nicola Gratteri - ha presentato il suo articolato il 31 dicembre 2014 ma ignorato da Renzi, uno dei motivi per mandarlo a casa con il NO al referendum





No alle intercettazioni a strascico Gratteri sfida il Senato
Roma, 27 set  DI LUIGI AIELLO -

Senato della Repubblica, è la Sala Koch di Palazzo Madama Sala che fa da cornice solenne all’incontro fortemente voluto dal Vice Presidente del Senato Maurizio Gasparri su un tema di grande attualità, come quello della “liberalizzazione (o meno) delle droghe leggere”. Protagonista assoluto della serata è stato ancora una volta lui, il giudice Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica a Catanzaro e magistrato ormai famoso in tutto il mondo per via delle sue importantissime inchieste sul narcotraffico, che in tutti questi anni hanno prodotto sequestri di centiniaia di tonnellate di droga nei porti di tutto il mondo occidentale. 

A gridare il proprio no contro la liberalizzazione delle droghe leggere, insieme al Procuratore Gratteri, e al padrone di casa Maurio Gasparri, anche un illustre scienziato, il prof. Rosario Sorrentino, neurologo, fondatore e direttore dell’IRCAP, l’Istituto di Ricerca e Cura degli Attacchi di Panico di Roma, che da tempo si occupa come studioso e terapeuta appunto degli attacchi di panico procurati dall’uso di droghe leggere. A moderare il dibattito Daniela Vergara, volto noto del TG2, per anni inviata della RAI al Quirinale per seguire i viaggi dei Capi di Stato all’estero. Ed è bastato che la giornalista ponesse a Nicola Gratteri una domanda abbastanza scontata (“Cosa farebbe lei per migliorare le cose in questo nostro Paese”) per riscoprire la carica naturale e travolgente di questo giovane magistrato che certamente le cose non le manda a dire, ma le racconta e le esplicita, come ha fatto ancora una volta in questa occasione, ai microfoni istituzionali di tutto il paese: “Come molti di voi sanno il Presidente del Consiglio mi chiese tempo fa di presentargli alcune idee, alcune proposte che potessero in qualche modo modificare in meglio il nostro attuale sistema giudiziario, cosa che io ho fatto, ma attendo ancora di capire che cosa ne sarà di quelle mie proposte

L’idea iniziale del Presidente del Consiglio riguardava una materia delicatissima, come poteva esserlo la lotta alla mafia, e quindi la repressione del mondo organizzato del crimine che meglio conosciamo, ma andando avanti nel tempo, e lavorando giorno per giorno a questo progetto il mio orizzonte di ricerca e di lavoro si è andato naturalmente allargando, e alla fine ne è venuto fuori un vero e proprio articolato di legge che tutti conoscono, maggioranza e opposizione, e che aspetta ora da tutti voi una risposta concreta”. 

In sala cala un silenzio inaspettato. In prima fila c’è il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, il Generale di Corpo d'Armata Tullio Del Sette, accanto a lui il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Annibale Marini, e poi ancora Enrico Costa Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie nel Governo Renzi, ma anche decine di senatori e parlamentari diversi, di ogni schieramento politico. Chi conosce bene Nicola Gratteri intuisce che mai e poi mai Gratteri rinuncerà al suo lavoro e alle sue convinzioni, ma soprattutto mai e poi mai quest’uomo vorrà rinnegare la sua lunga esperienza professionale contro le mafie e la sua autostima in tema di lotta alla ndrangheta, che è oggi la mafia più potente d’Europa. 

Ma nessuno dei presenti in sala forse si aspettava da lui questa sera una uscita così dura e così diretta: “ Il Presidente del Consiglio voleva da me un articolato di legge sul Codice Antimafia. Io naturalmente mi sono allargato perché resto fortemente convinto che non si può parlare di contrasto e di lotta alle mafie se non si fanno delle modifiche normative che riguardano anche i reati di criminalità comune. Anche i reati cosiddetti bagatellari (quelli cioè che prevedono un massimo di 5 anni di carcere). Traduco in parole molto più semplici per evitare che qualcuno mi dica poi di non aver capito, ma se io ho i tribunali intasati di reati così detti bagatellari, è evidente che io non possa occuparmi in maniera seria e articolata, come invece deve essere, dei reati più importanti legati alla lotta alle mafie. Non posso più fare processi seri, tanto per intenderci, specie se si tratta di processi per reati seri e importanti. 

E allora io ho cercato di dire tutte queste cose con estrema chiarezza in questo mio articolato di legge e che oggi, chi ha il coraggio, l’onesta intellettuale, e la libertà di votarlo può farlo anche proprio, mettendoci la propria faccia e la propria storia”. E’ qui che Gratteri lancia alla società politica italiana il suo guanto di sfida, e lo fa con una naturalezza senza pari, ed una semplicità di linguaggio che meriterebbero di essere analizzati meglio e in altre sedi. Una sfida diretta allo Stato, una sfida alla classe politica del Paese, un richiamo generale ai compiti istituzionali di “ognuno di voi”, e Gratteri usa proprio Palazzo Madama per rinfocolare le sue tesi, e le sue provocazioni. Lo fa ancora una volta in maniera quasi sprezzante, e dall’alto di uno scranno, il suo, che oggi gli consente una libertà di pensiero inimmaginabile e assolutamente imprevedibile, e lo fa nel nome della “giustizia in cui io credo, e per la quale lavoro ogni giorno anche dodici ore di seguito, ma perché credo che questo Paese abbia grande bisogno di giustizia”.

 La sua questa sera è molto di più di una semplice partecipazione ad un convegno, è quasi una lectio magistralis, che qui nella sala che per anni ha occupato la prestigiosissima biblioteca di palazzo Madama acquista un tono e un significato molto più ampio: “Nel formulare questo articolato di legge io mi sono dato delle regole ben precise, e naturalmente mi sono limitato a correggere la superficie del sistema giudiziario italiano, per capire che effetto avrebbe fatto e avrebbe prodotto sul resto del Paese. Se va bene in questo modo mi sono detto, allora in futuro avremo modo di procedere sulla via di questo rinnovamento sostanziale, perché vedete, io ho in testa una grande rivoluzione del sistema giustizia-Paese. In questa prima fase ho solo cercato di modificare quello che ritenevo le cose più naturali, più ovvie, più scontate. Insomma, ho solo messo mano a quello che la massaia di Voghera avrebbe modificato da sola, e senza l’aiuto o il conforto di nessun giurista”. 

Gratteri si fa serio, a riprendere il suo sfogo ci sono in sala decine di telecamere diverse, molte sono le televisioni straniere, ma ormai accade sempre così quando c’è lui a parlare. Ma tanta attenzione da parte dei media è sempre ben “ricompensata” dal magistrato che da 35 anni vive sotto scorta, e a cui mesi fa avevano tentato di “rapire” il figlio, studente universitario a Messina. Uno dei tanti segnali di morte a lui indirizzati in questi questi anni. Ma Gratteri va avanti dritto come una ruspa: “ La cosa più importante a cui ho pensato è l’informatizzazione del processo, che abbatte in maniera fondamentale i costi del processo. Ma attenzione, informatizzare il processo vuol dire anche controllare l’operato della magistratura”.

Il passaggio successivo Gratteri lo dedica alle intercettazioni telefoniche, tema tra i più attuali e spinosi del dibattito in corso nel Paese, e da anni: “E’ vero, mi sono occupato, e anche molto, delle intercettazioni telefoniche, ma chi ha voluto vedere il male ha pensato che io volessi solo intercettare la gente. Non è vero. Anzi, io sono quello che ha scritto, e lo ha fatto contro una miriade di colleghi magistrati italiani che la pensavano diversamente, che tutte le intercettazioni che non fanno parte del corpo del capo di imputazione non possono e non devono essere trascritte, e non possono essere inserite nemmeno nell’informativa”. E qui segue la spiegazione dettagliata della sua impostazione giuridica, che Gratteri fa ancora una volta con grande e straordinario acume politico e giuridico, da uomo di Stato quale egli è: “Perché molte volte, inserire talune delle intercettazioni che non riguardano il capo d’imputazione, può voler dire anche ricattare le persone interessate in quel processo. E questo non deve accadere in un Paese civile come il nostro, perché io magistrato devo riempire di contenuti il corpo del capo d’imputazione”. 

Ma non è tutto, la lectio magistralis di Nicola Gratteri affronta un altro capitolo del processo di informatizzazione del processo: “Ho pensato di eliminare dai processi la carta, troppa carta oggi intasa le nostre aule di giustizia. Ma vi siete mai chiesti quale è il motivo principale per il quale molti processi si prescrivono? Semplice. Quando uno dei tre giudici cambia, perché magari viene trasferito, ecco allora che il processo torna daccapo, al punto di partenza. Capita quindi che siano già stati sentiti quaranta testimoni, e allora vanno risentiti come se nessuno li avesse mai ascoltati o interrogati. Il tempo scorre e si arriva alla prescrizione.” Ma che fine ha fatto la riforma della così detta “Videoconferenza”. Gratteri non ha peli sulla lingua: “Credo che la mia proposta sia già passata alla Camera ma si è fermata qui in queste vostre stanze al Senato. Ho pensato alla videoconferenza per i detenuti ad alta sicurezza. Pensate a questo dato. In Italia oggi ci sono 44 mila uomini addetti alla polizia penitenziaria. Bene, diecimila di questi ogni giorno vengono utilizzati per traduzioni e trasferimenti. 

Molte carceri sono piene non perché non ci sia posto, ma perché per mancanza di personale vengono chiusi i bracci dei vari istituti di pena. Costo totale? Almeno 70 milioni di euro solo per traduzioni e trasferimenti. Per evitare tutto questo io ho proposto al Governo di inserire nel nuovo processo penale la Videoconferenza. Il detenuto sta a Tolmezzo e si collega al processo che lo riguarda in videoconferenza, anche se si deve separare con la moglie che sta invece a Siracusa al tribunale civile. E non si muove più da lì finche non avrà scontato la sua pena, e in questo modo io Stato risparmio 70 milioni di euro ogni anno. Naturalmente vi invito ad immaginare quanti agenti di polizia penitenziaria si potranno assumere con questi 70 milioni di euro risparmiati”. 

E prima di concludere, Gratteri lancia in sala la ciliegina sulla torta, e rivolgendosi ai Senatori presenti (che comunque lo applaudono a scena aperta per tutta la durata del suo intervento) racconta un pezzo della sua storia personale nelle aule di giustizia del Paese: “Immaginate cosa accade oggi, in mancanza della videoconferenza in una gabbia dove per un maxiprocesso vengono stipati e fatti accomodare quaranta presunti mafiosi diversi. Stanno chiusi in una gabbia, e stanno sette otto ore insieme tutti i giorni: quanti messaggi di morte e quanti affari si fanno in una sede come questa! E quante notizia vanno a finire fuori dalla gabbia e fuori dal carcere!” 

Gratteri chiude la sua lezione di procedura penale al Senato con un appello perentorio: “Signori politici presenti in sala, signori senatori, questo mio articolo consta di tre righe soltanto, non si più. Basta approvarlo, farlo proprio, e avremo i risultati che vi ho prospettato. Basta che voi qui al Senato approviate queste tre righe”. Poi però verrà il resto. Per Nicola Gratteri è un ennesimo trionfo personale. La gente lo applaude a scena aperta, soprattutto i giovani che Maurizio Gasparri è riuscito a portate qui in Senato per l’occasione, e alla fine Gratteri perde una altra ora ancora per le foto di rito: tutti gli chiedono di posare con lui, è la conferma che la gente lo consideri ormai un’icona quasi sacra. Ma domani Gratteri sarà di nuovo a casa sua tra Gerace e Catanzaro, sorvegliato a vista ventiquattrore su ventiquattro, ma perché la Calabria nonostante tutto rimane sempre una terra “ostile”.

 27 set 2016 21:49

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