L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 5 settembre 2016

Referendum - NO alla spazzatura che Renzi ci vuole vendere, deve andare a casa

REFERENDUM, ARGOMENTI DA COMIZIO

settembre 5, 2016 · di Admin ·

Articolo di Massimo Villone su il Manifesto del 1 Settembre 2016

Nessuno avrebbe dubitato, ancor prima di Catania, che in uno scontro diretto Massimo D’Alema avrebbe lasciato Paolo Gentiloni al palo. Ma sorprende piacevolmente che la platea di una festa dell’Unità – luogo che si vuole militarizzato per il Sì – abbia a maggioranza indicato il No. Certo, i presenti potevano essere selezionati in funzione degli ospiti. Ma è bastato a far aleggiare lo spettro di una scissione nel Partito democratico. Nessuno si spaventi.

Sembrerebbe un argomento da fine del mondo, come quelli portati per il Sì da poteri piccoli e grandi italiani e stranieri – da Confindustria a J.P. Morgan – accomunati dal non aver nulla a che fare con la democrazia e la sinistra. Ma il Pd la scissione l’ha già fatta con la sua militanza, la sua storia, e quel poco di identità che era riuscito a raccattare. Basta guardare al crollo delle tessere, ai circoli chiusi o desolatamente vuoti, e da ultimo alla palese debolezza nel dibattito referendario.

La bibbia del marketing ci dice che nessuna campagna pubblicitaria può garantire il successo duraturo di un prodotto che sia spazzatura. E alla fine il testimonial non trascina quel prodotto, ma ne viene affondato. È quel che succede per la legge Renzi-Boschi.

Fallito il blitz plebiscitario di Renzi, ora il risultato sarà comunque a suo danno. Aveva bisogno di un trionfo, ed è ormai certo che non ci sarà. Se anche vincesse il sì di stretta misura, Renzi – con chi ha voluto la riforma – non sarebbe lo statista riformatore, ma quello che ha scassato la Costituzione e diviso il paese.

D’altra parte, il prodotto che vorrebbe venderci è davvero spazzatura. Una conferma viene dall’identico e tralatizio copione che i sostenitori del sì portano in questo avvio di campagna referendaria. Consideriamo i due argomenti che tipicamente aprono e chiudono i loro interventi: riduzione dei costi della politica, necessità del cambiamento.
Riduzione dei costi della politica

Nessuno osa riprendere la proposta renziana di destinare ai poveri 500 milioni di euro risparmiati. È ormai inoppugnabile che non esistono. La valutazione più favorevole a Renzi che viene da sedi non sospette di pulsioni antigovernative rimane sotto i 48 milioni annui per la riforma del senato. Il che, facendo i conti su circa 50 milioni di aventi diritto al voto, significa che ogni elettore ed elettrice in Italia risparmierebbe con il senato riformato circa 96 centesimi di euro ogni anno. Meno di una tazza di caffè al bar. Si dirà: ma è comunque un risparmio. Certo, ma è un risparmio che costa agli italiani il diritto di votare per i propri rappresentanti in un ramo del parlamento. Per Renzi, il diritto di voto vale meno di un caffè all’anno. L’avevamo sospettato.

Si dice poi: viene comunque ridotto il ceto politico. Vero. Ma il taglio di un pugno di senatori è una goccia nel mare, senza contare che la qualità pesa assai più del numero. E allora come giustificare la concessione del laticlavio senatoriale e di tutte le connesse prerogative dei parlamentari per perquisizioni, intercettazioni, arresti, al ceto politico più indagato del paese, quello dei consiglieri regionali? E senza contare, ancora, che assai più del ceto politico in senso stretto grava sul paese il sottobosco clientelare di prebende, consulenze, poltrone e strapuntini che prospera intorno a quel ceto. Sul sottobosco si dovrebbe anzitutto intervenire col lanciafiamme, per usare una espressione cara a Renzi.
Necessità del cambiamento

Di solito è l’ultimo argomento: è comunque tempo di cambiare. È scomparsa la bestialità di una riforma attesa da settanta anni, che presupponeva l’intento di cambiare la Costituzione prima ancora di scriverla. Più modestamente, si sente ora misurare l’attesa in 15, 20, 30 anni. Più o meno il tempo di una macchina d’epoca. Ora, se il proprietario di una bella macchina d’epoca, che avesse retto il sole, la pioggia e la neve, e ancora potesse affrontare viaggi lunghi e difficili, si sentisse proporre di cambiarla con un catorcio di ultima generazione, non esiterebbe a dire no. Anzi, guarderebbe il proponente con sospetto. Lo stesso è per la Costituzione vigente e la Renzi-Boschi. Da non pochi di quelli che l’hanno votata non compreremmo mai una macchina usata. Possiamo mai comprare una Costituzione?

Leggiamo che D’Alema è al lavoro su una proposta di riforma più snella. Nulla di più facile. Basterebbero poche righe per lasciare la fiducia alla sola Camera dei deputati (articolo 94), ridurre i deputati a 400 e i senatori a 200 lasciando il senato elettivo (articoli 56 e 57), togliere la copertura costituzionale alle province (articolo 114), sopprimere il Cnel (articolo 99), correggere i più palesi errori del Titolo V riformato nel 2001 (articolo 117), limitare gli emolumenti ai componenti delle istituzioni regionali (articolo 122). Al più, 5 o 6 articoli e un paio di centinaia di parole, invece dei 47 articoli e delle oltre 7.000 (settemila) parole della Renzi-Boschi, con risultati pari ed anzi migliori.

Vogliamo aiutare. Domattina rinunciamo tutti al nostro primo caffè al bar. Poi, comunichiamo a palazzo Chigi che per la riforma abbiamo già dato, persino più di quanto ci spettasse. Il resto, ovviamente, è mancia.

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