L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 4 settembre 2016

Roma - Di Maio, Taverna, Lombardi e gli altri dovrebbero farsi i fatti loro e far lavorare la Raggi

Roma, Virginia Raggi e le difficoltà dei 5 Stelle

Caro Beppe, cari Italians e caro Tex, amo Roma, di un amore profondo e viscerale, e irrazionale come tutti gli amori. La amo perché è bella, sorprendente. E poi perché è la capitale del mio Paese. La sento come una di famiglia, e soffro quando la vedo trascurata, sfregiata nella sua anima antica. È per questo che, dopo la valanga di lordume che l’ha sommersa, ho tirato un sospiro di sollievo quando ho appreso dell’elezione a sindaca di Virginia Raggi, avvocata romana 38enne, in forza al Movimento 5 Stelle. Ho gioito anche per la prima volta di Roma che ci ha abituato a prendere familiarità con la parola “sindaca”, il che è già una conquista. E le prime volte portano con sé quella freschezza acerba. Ho voluto credere fortemente in quel faccino semplice e minuto della Raggi, nella forza con cui lei ha condotto la campagna elettorale, nell’idealismo che l’animava. Con la salda speranza che per Roma si aprisse un capitolo nuovo, quello della rinascita. Ricordo un articolo di Gian Antonio Stella, subito dopo l’elezione di Virginia Raggi, il cui senso era che le avrebbero concesso pochissimo tempo per dimostrare ciò che era e sapeva fare. Non le avrebbero perdonato nemmeno un giorno di ritardo nella soluzione di problemi annosi come quello dei rifiuti, dei trasporti, della sanità e delle periferie degradate. Stella, ma anche la Raggi suppongo, sapeva che disincrostare decenni di malvezzi amministrativi era impresa assai ardua. Sarebbe stata una guerra di tutti contro tutti, a partire dai compagni di partito, pardon, di Movimento. E così è stato. Già all’assegnazione delle poltrone sono partiti i primi mal di pancia, musi lunghi, e dissapori. Poi ancora scivoloni vari, scelte di nomi controversi e compensi contestati. Fino ad arrivare all’altro ieri, primo settembre, giornata in cui si è sbriciolata parte della squadra del governo locale. Oltre ai 5 Stelle, abbiamo avuto le 5 dimissioni: il Capo Gabinetto, l’assessore al Bilancio, il dg e l’amministratore unico ATAC, e il Presidente AMA. Non c’è che dire: una epidemia. Non c’è da rallegrarsene, né come compagni di ideologia, né come avversari. Il Movimento 5 Stelle, animato da buone intenzioni (nelle parole) ma poco attuativo (nei fatti), sta percependo che la gestione della res publica è un’arte fine, fatta di tattiche e strategie, di sorrisi forzati, di compromessi. Non bastano le intenzioni: bisogna che queste diventino concretezza. Il Movimento 5 Stelle sta capendo pure che contestare il potere è facile, ma gestirlo, dall’altra parte della barricata, è complicato assai. In chiusura mi auguro da italiana che Virginia Raggi, asciugatasi le lacrime di gioia prima e di scoramento ora, dimostri di essere all’altezza della sfida che ha voluto affrontare. Lo deve a se stessa, ma soprattutto a quanti hanno creduto in lei, anche se distanti.

Marinella Simioli, marinella.simioli@virgilio.it

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