L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 7 settembre 2016

Siria&Parigi&Bruxelles&Nizza - Gli Stati Uniti sono lì ma nessuno li ha invitati gli altri protagonisti abitano in quei posti, la Russia è stata invitata e mostra un grande equilibrio

LA GRANDE SVOLTA DI ERDOĞAN

Dalla fine del 2015 il presidente turco, più isolato che mai, ha avviato una virata strategica, allontanandosi da Washington e avvicinandosi a Teheran, a Mosca e a Gerusalemme. Obiettivo: impedire la formazione di uno staterello curdo nel Nord della Siria.
1. «FAREMO UN GRAN BACCANO, MA NON CI metteremo di traverso». Antalya, 15 novembre 2015. Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan siedono a un tavolino del resort che ospita il vertice del G20, curvi su una carta del Nord della Siria. Il presidente russo espone al suo omologo turco la posizione di Mosca sull’operazione per liberare la zona di Ğarābulus dallo Stato Islamico concordata da Washington e Ankara. È un via libera. Il capo del Cremlino aggiunge però una postilla: «Questa (indicando sulla carta l’area compresa tra A’zāz Ğarābulusn.d.a.) gli americani vogliono darla ai curdi»[1].
L’operazione Ğarābulus non vide mai la luce. Un po’ perché nove giorni dopo l’incontro tra Erdoğan e Putin la Turchia abbatté un Su-24 russo precludendosi qualsiasi possibilità di intervento successivo in Siria. Ma soprattutto a causa della determinata volontà degli americani di creare un corridoio curdo tra Turchia e Siria. A dicembre, dunque, Obama si godeva il trionfo nella partita a scacchi contro Erdoğan. Dopo aver indotto i turchi a convogliare nel campo di battaglia siriano jihadisti di ogni specie con la promessa di un intervento militare volto a rovesciare Baššāal-Asad, gli americani si sono infatti sfilati al momento opportuno lasciando il «sultano» ad annaspare nella palude jihadista. Il fallimento della contro-trappola tesa da Erdoğan abbattendo il Su-24 russo ha suggellato la vittoria del presidente Usa, costringendo Ankara a rivedere interamente la sua strategia. È dunque da qui che bisogna partire per analizzare la nuova geopolitica della Turchia, maturata attraverso un estenuante processo di adattamento messo in moto alla fine del 2015, che per ampiezza ed estensione costituisce probabilmente il più importante intervento di manutenzione strategica dai tempi del primo neo-ottomanismo di Ahmet Davutoğlu.

2. Già in seguito all’operazione Süleyman Șah, all’apertura della base di İncirlik agli aerei della coalizione anti-Is e all’inizio delle operazioni militari russe in Siria il coinvolgimento della Turchia nella guerra allo Stato Islamico era cresciuto esponenzialmente. Il punto di non ritorno è stato tutt…

Nessun commento:

Posta un commento