L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 4 settembre 2016

Solo gli euroimbecilli del Pd fanno finta di non capire che la Fratellanza Musulmana è il vero pericolo per l'Italia e l'Europa

ITALIA
3 SETTEMBRE 2016
Milano e l’Islam
di Luca Misculin – @LMisculin

Storie concentriche di candidate controverse, moschee mai costruite e accuse di radicalizzazione, in una città dove parlarne è ancora molto delicato

 
Un gruppo di fedeli musulmani prega all'arena civica per festeggiare la fine del Ramadan. Milano, 8 agosto 2013. (ANSA/DANIELE MASCOLO)

Alla fine di luglio, due mesi dopo le elezioni di Milano vinte al ballottaggio dal candidato del centrosinistra Giuseppe Sala, non tutte le commissioni del consiglio comunale si erano già insediate: in un recente e caldo pomeriggio a Palazzo Marino, davanti al teatro La Scala, è stato il turno della nuova commissione Cultura, convocata per scegliere presidente e vicepresidente. Una formalità, dato che le cariche vengono decise dai partiti prima delle sedute.

In commissione erano presenti una ventina di consiglieri della maggioranza e sei dell’opposizione, raggruppati ciascuno in un gruppo di banchi alle due estremità dell’emiciclo. L’atmosfera era piuttosto rilassata, da pacche sulle spalle e complimenti sulle prime abbronzature. L’elezione del presidente è filata liscia: la maggioranza ha ricandidato – rieleggendola – Paola Bocci, 53enne consigliera comunale del Partito Democratico che già presiedeva la commissione nella scorsa legislatura. La situazione si è improvvisamente agitata quando si è discussa l’elezione del vicepresidente: la maggioranza di centrosinistra aveva deciso di candidare Sumaya Abdel Qader, 38enne consigliera comunale del PD, sociologa e attivista per i diritti delle donne musulmane, e decisamente la candidata di cui più si era parlato in campagna elettorale.

Abdel Qader è una persona nota a chi frequenta il mondo islamico milanese: è nata a Perugia da genitori palestinesi e giordani, porta l’hijab, ha tre lauree ed è la fondatrice del Progetto Aisha, un’associazione contro la discriminazione delle donne musulmane. Si è fatta notare per la prima volta otto anni fa, quando ha scritto il libro autobiografico Porto il velo, adoro i Queen, pubblicato da Sonzogno. Da tempo organizza convegni contro la violenza sulle donne e per promuovere l’immagine di un Islam pacifico. Diverse persone che hanno avuto a che fare con Abdel Qader l’hanno descritta al Post come una donna molto competente e appassionata, abile a parlare in pubblico e onesta nelle relazioni private.

Ma Abdel Qader, per i suoi critici, è soprattutto l’ex responsabile culturale di uno dei centri islamici più noti e controversi di Milano: il CAIM (Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano), un’associazione che raduna diversi piccoli gruppi religiosi islamici della Lombardia. Il CAIM è l’espressione milanese dell’UCOII, la principale associazione italiana dei centri culturali islamici, sostenitrice di una concezione militante dell’Islam: cioè non completamente laica, e legata a capi di stato espressioni del cosiddetto “Islam politico” come l’ex presidente egiziano Mohamed Morsi e l’attuale presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

Abdel Qader ha spiegato diverse volte di aver lasciato il CAIM e di non essersi candidata in comune solamente per difendere gli interessi dei musulmani. Alcuni dei suoi critici, però, hanno fatto notare che la sua candidatura è arrivata pochi mesi dopo che il CAIM aveva vinto un bando – poi bloccato – per costruire la prima moschea ufficiale a Milano, che sarebbe stata finanziata in parte da fondazioni del Qatar e dal Kuwait. Moltissimi, anche all’interno dello stesso Partito Democratico, si sono chiesti se fosse opportuno dare in mano il primo centro di questo tipo a un’associazione così controversa, e addirittura candidare nelle proprie liste una sua ex dirigente. Una delle persone ad aver rivolto le critiche più dure di Abdel Qader è stata una sua collega di partito: Maryan Ismail, storica esponente della comunità somala di Milano e musulmana “progressista”, che in polemica con la candidatura di Abdel Qader ha lasciato il partito poco dopo le elezioni con una lettera aperta a Matteo Renzi, ricevendo moltissimi messaggi di solidarietà da militanti del PD.


Torniamo a quel pomeriggio di fine luglio. Il primo iscritto a parlare per dibattere dell’elezione di Abdel Qader era Gianluca Comazzi di Forza Italia, ex Garante per gli animali del Comune sotto la giunta Moratti ed ex capogruppo del centrodestra in commissione Cultura. Al momento di parlare, Comazzi ha spiegato che candidando Abdel Qader – che ha chiamato “Sumaya” per tutto il discorso, nonostante i monitor della sala mostrassero solo i cognomi di ogni consigliere – il PD stava facendo un grave errore: stava mettendo in una posizione “scomoda” Abdel Qader e creando “attrito” con “altri interlocutori” della comunità musulmana. L’intervento di Comazzi si è poi rivelato il più pacato di tutti. Dopo ha preso la parola Alessandro Morelli, Lega Nord, ex assessore al Turismo della giunta Moratti e attuale direttore del blog vicino a Matteo Salvini il Populista. Morelli, che partecipava alla seduta indossando una maglietta di Radio Padania, ha attaccato duramente il PD e Abdel Qader, spiegando – con il proprio computer portatile aperto – che secondo alcuni virgolettati che aveva trovato su Internet Abdel Qader – che Morelli ha chiamato “Maryam”, confondendosi con Ismail – era una sostenitrice dell’«Islam oscurantista», e che «non è stato chiarito nulla delle accuse pubblicate su tutti i giornali» (Abdel Qader non ha mai avuto nessun problema con l’antiterrorismo ma ha passato l’intera campagna elettorale a smarcarsi dalle accuse di vicinanza all’Islam radicale).

Dopo Morelli sono intervenuti fra gli altri Silvia Sardone di Forza Italia («cosa ne pensa che nelle periferie ci siano le donne col velo integrale?»), Massimiliano Bastoni della Lega Nord («Milano ha una storia, una cultura, che non vedo perché debbano essere messe in dubbio», «considera [l’attentato a Nizza] un delitto all’umanità? Sì o no?») e Luigi Amicone, direttore del quotidiano di Comunione e Liberazione Tempi, che assieme ad altri giornali di destra ha fatto attivamente campagna contro la candidatura di Abdel Qader («la sinistra e il PD faranno i conti con questa scelta»). Pochi secondi prima che finisse l’ultimo discorso in programma, Comazzi si è iscritto per parlare una seconda volta. Bocci, non essendosene accorta, ha chiuso il dibattito e iniziato le procedure di voto. Comazzi se l’è presa moltissimo, urlando cose come «lei è distratta!», «non iniziamo così, presidente!», «lei non venga qui a insegnarci cosa dobbiamo fare!». Quindi ha parlato per altri otto minuti. Poi hanno ripreso la parola Bastoni e Sardone, senza aggiungere niente di sostanziale. A questo punto si erano fatte le tre meno venti e bisognava lasciare la sala ai componenti della commissione Bilancio. Alla fine, la votazione per la vicepresidenza di Abdel Qader è stata rinviata alla seduta successiva.

Gli attacchi dei consiglieri di centrodestra e le critiche di Ismail mostrano rispettivamente due cose. La prima è che in Italia il dibattito su Islam e impegno politico è ancora piuttosto superficiale, anche a livello istituzionale: cosa che rende difficile capire qualcosa di un tema così complicato, col rischio di dire cose false (per esempio associando Abdel Qader al terrorismo). La seconda è che il Partito Democratico – il partito di maggioranza sia a Milano sia al parlamento nazionale – ha un problema di rappresentanza e dialogo col mondo musulmano, avvertito da estesi pezzi del partito.

Questi due problemi si intrecciano col vero nodo irrisolto del rapporto fra Islam e Milano: la questione della costruzione di una moschea “ufficiale”, che nei mesi scorsi è stata ostacolata da una controversa legge regionale, dalla litigiosità delle varie associazioni coinvolte e da vari passi falsi del comune: e che a oggi nessuno può dire come andrà a finire. Il nervosismo con cui è stata trattato il caso di Abdel Qader e quello della moschea mostra inoltre che il tema del fondamentalismo islamico è ancora particolarmente delicato in una città che in passato è stata molto importante per il jihadismo europeo e il cui Istituto Culturale Islamico di viale Jenner – che ha una piccola parte anche in questa storia – fu definito dal dipartimento del Tesoro americano «la principale base di al Qaida in Europa».

Storia di una candidatura
Parlando col Post al quarto piano del palazzo che ospita gli uffici dei consiglieri comunali, Abdel Qader ha raccontato che la possibilità di candidarsi col Partito Democratico le è stata offerta dal segretario cittadino, Pietro Bussolati. Abdel Qader dice di avere accettato la proposta – dopo qualche esitazione – perché considera l’incarico in consiglio comunale come la naturale prosecuzione del suo impegno da attivista. Parlando a bassa voce, in tono rilassato, Abdel Qader ha elencato le iniziative di cui si è occupata in passato di cui va più fiera: l’assistenza legale per le donne vittime di violenza domestica, i corsi per sensibilizzare gli imam su questi problemi, i seminari sull’educazione sessuale per le ragazze musulmane. Abdel Qader si considera comunque una candidata “indipendente”: non ha la tessera del Partito Democratico.

Durante la campagna elettorale, a causa del suo legame col CAIM, Abdel Qader è stata criticata quasi quotidianamente da quotidiani e siti di destra, accusata esplicitamente di essere legata ai Fratelli Musulmani – il principale gruppo transnazionale che rappresenta l’Islam politico – e attaccata per alcuni post su Facebook molto critici nei confronti di Israele pubblicati anni prima da suo marito e da sua madre. Ma Abdel Qader ha ricevuto anche altri tipi di critiche: a metà maggio è stata definita un’apostata – cioè una persona che ripudia la propria religione – dauna pagina Facebook piuttosto seguita e gestita da un musulmano conservatore. Abdel Qader dice che si aspettava attacchi del genere, che però hanno solamente «rafforzato la [mia] volontà a proseguire: c’è bisogno di scardinare i pregiudizi».

Per contro, Abdel Qader è stata difesa pubblicamente da diversi importanti dirigenti del PD milanese come il segretario cittadino Pietro Bussolati e naturalmente il candidato sindaco del partito Giuseppe Sala. In campagna elettorale Abdel Qader ha dato decine di interviste e tenuto diversi comizi: in nessuno di questi comizi o incontri ci sono stati episodi di incitamento alla violenza o problemi di ordine pubblico.

Abdel Qader si è sempre difesa dalle accuse negando di appartenere ai Fratelli Musulmani e di avere una concezione politica dell’Islam. I suoi critici fanno però notare che per anni è stata la responsabile giovanile della Federation of Islamic Organizations in Europe (FIOE), un’associazione che almeno in passato era esplicitamente vicina ai Fratelli Musulmani. In un post del suo blog, Abdel Qader ha scritto che ha militato nella FIOE «portando avanti con spirito critico l’idea di un Islam indipendente da stati esteri». La maggior parte delle critiche rivolte ad Abdel Qader si concentra comunque sul CAIM e sul suo ruolo nella comunità islamica milanese, anche in vista della futura costruzione della moschea (al centro di una storia molto ingarbugliata: ci arriviamo).

Parliamo del CAIM
Il CAIM, Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano Monza e Brianza, è stato fondato nel 2011 e oggi comprende una ventina di associazioni, molte delle quali di Milano. Dentro c’è un po’ di tutto, dai piccoli centri religiosi “nazionali” di fedeli provenienti da Albania e Bangladesh, alle sedi locali dei Giovani Musulmani, fino all’Associazione Donne Musulmane d’Italia. Le principali attività del CAIM sono l’organizzazione di eventi e progetti culturali, oltre che l’assistenza legale e burocratica alle piccole associazioni che fanno parte della rete. Il CAIM non è legato a una sola moschea, insomma, ma è un misto fra un’associazione culturale e una rete di comunità. Il CAIM è considerato l’espressione lombarda dell’UCOII, Unione delle comunità islamiche d’Italia, un’associazione nata nel 1990 che ad oggi comprende la maggior parte dei centri islamici italiani, e da più parti considerata effettivamente sostenitrice di un modello di “Islam politico” vicino a quello dei Fratelli Musulmani.

Fra i fondatori dell’UCOII c’è Hamza Piccardo, intellettuale in passato vicino alla sinistra extraparlamentare e fra i più famosi convertiti italiani, noto anche per aver curato una popolare traduzione del Corano uscita nel 2004 per Newton Compton e ancora in vendita. Piccardo ha raccontato di avere una “vicinanza amichevole” coi Fratelli Musulmani ma di non farne parte. Di recente si è tornati a parlare di lui perché su Facebook ha paragonato il riconoscimento delle unioni civili a quello dei matrimoni poligami. Il coordinatore del CAIM è suo figlio Davide, che ha 34 anni, è laureato in Scienze politiche e in passato è stato candidato consigliere comunale di Sinistra Ecologia Libertà a Milano, senza essere eletto. È lui la persona più controversa di tutta l’associazione.

Davide Piccardo è uno dei più visibili esponenti della comunità islamica italiana. Nel 2001 fondò l’associazione nazionale dei Giovani Musulmani, ancora oggi attiva in varie parti d’Italia (uno dei co-fondatori fu Khaled Chaouki, oggi deputato del Partito Democratico, espulso dagli stessi Giovani Musulmani nel 2011 dopo averli accusati di eccessivo conservatorismo). Dopo aver fondato il CAIM ed esserne diventato il coordinatore, negli ultimi anni Piccardo ha partecipato a diversi talk show televisivi nazionali come In Onda, La Gabbia, Porta a Porta, Omnibus, L’Arena. Da poche settimane ha ripreso ad aggiornare un blog sullo Huffington Post. La sua pagina Facebook – che è pubblica – contiene diversi video in cui commenta gli ultimi fatti d’attualità e politica estera.

In tutti i suoi interventi pubblici Piccardo condanna il terrorismo islamico, spiega che l’Occidente ha bisogno di politiche di integrazione efficaci e critica spesso politici e partiti di destra, accusandoli di fomentare l’odio contro i musulmani. Ma Piccardo è diventato famoso anche per certe dichiarazioni molto dure su Israele e per il suo sostegno a politici stranieri considerati alla stregua di leader autoritari come Mohamed Morsi e Recep Tayyip Erdoğan. Nel 2014 scrisse su Facebook che sfilare al corteo del 25 aprile con la bandiera di Israele «significa insultare la Resistenza» (Piccardo è noto per litigare molto spesso con la comunità ebraica milanese).

Il 19 agosto 2013, in un post del suo blog intitolato Chi vuole fermare la Turchia forte e islamica di Erdogan?, Piccardo ha scritto: «Istanbul a cavallo tra Europa ed Asia viene attraversata da due visioni di futuro opposte. Una ancorata alla nascita della Turchia moderna, sbilanciata verso l’Occidente, che idolatra il padre della patria Ataturk e l’altra proiettata verso la ricostituzione dello splendore ottomano che guarda al mondo islamico e non solo. Oggi, una è obsoleta e perdente e l’altra è vincente». Dopo il fallito colpo di stato in Turchia, Piccardo ha detto la sua in un video pubblicato su Facebook dove fra le altre cose sostiene che «la Turchia è un paese laico, forse più dell’Italia», che «ovviamente si può discutere sul livello di democrazia [in Turchia], però possiamo discutere anche del livello di democrazia del nostro paese [l’Italia]». Nello stesso video, parlando di Siria, ha messo sullo stesso piano il dittatore Bashar al Assad, il presidente americano Barack Obama e quello russo Vladimir Putin, spiegando che «sicuramente non hanno le mani pulite».

Commentando le dichiarazioni più controverse di Piccardo, Abdel Qader ha spiegato che il CAIM «non è un pensiero, ma un coordinamento» e che all’interno del direttivo dell’associazione non esiste un’ideologia maggioritaria. Anche Abdel Qader però ammette che quelle di Piccardo sono posizioni «legittime» ma «più forti» delle sue, e che a volte non sia chiaro quando parla a titolo personale e quando da coordinatore del CAIM.

Negli anni le prese di posizione di Piccardo si sono intrecciate con una serie di “incidenti diplomatici” che hanno coinvolto il CAIM. Come ha ricostruito Lorenzo Bagnoli sul Fatto Quotidiano, il 5 agosto 2012 un centro islamico di Cascina Gobba, di proprietà di una delle associazioni del CAIM, ospitò un discorso di Musa Cerantonio, un predicatore religioso di origini italiane nato in Australia. Due anni dopo uno studio dell’ICSR, un centro studi sul terrorismo del King’s College di Londra, ha descritto Cerantonio come «un aperto ed entusiasta sostenitore dello Stato Islamico», concentrandosi in particolare sul successo della sua predicazione su Facebook. Piccardo ha detto al Fatto che all’epoca dell’incontro Cerantonio «non aveva ancora espresso posizioni estremiste» (Abdel Qader smentisce che Cerantonio fosse stato invitato dal CAIM).


Nel 2013 il CAIM invitò a guidare la preghiera di fine Ramadan di Riyad al Bustanji, un imam giordano allora 48enne. L’invito di Bustanji fu molto criticato: un anno prima, durante un’intervista trasmessa dalla tv ufficiale del movimento politico-terroristico palestinese Hamas, Bustanji aveva lodato un bambino palestinese che gli aveva spiegato di voler morire come martire religioso a Gerusalemme (qui il video sottotitolato in inglese). All’epoca delle polemiche, Piccardo rispose che «le parole pronunciate anni fa dallo Shaikh Riyad al Bustanji sono state in questi giorni indegnamente distorte e strumentalizzate», e che al Bustanji «non ha mai inneggiato all’odio e tanto meno al martirio dei bambini». Ci sono state altre controversie più piccole: in occasione del raduno del centro studi European Muslim Network tenuto fra il 3 e il 5 giugno 2016 a Milano, il CAIM ha organizzato un incontro pubblico con Tariq Ramadan, uno dei più seguiti intellettuali europei che si occupano di Islam. Ramadan ha 53 anni, ha due dottorati, insegna a Oxford e ha una pagina Facebook da quasi due milioni di follower: ma da qualche tempo è accusato di promuovere posizioni ambigue e una visione dell’Islam molto dura nei confronti dell’Occidente (qualche mese fa Le Monde lo ha descritto in un profilo poco lusinghiero dal titolo “Tariq Ramadan, la Sfinge”).

A confermare i timori di diversi suoi critici, lo stesso Piccardo ha ammesso durante una puntata di Omnibus che fino al 30 per cento del progetto principale del CAIM per la moschea a Milano potrebbe essere finanziato grazie ai soldi di fondazioni private del Qatar, del Kuwait, della Turchia e di «altri paesi a maggioranza islamica» (va detto che il progetto presentato al bando fu approvato senza rilievi di tipo economico o di trasparenza dal comune). Il Qatar è un paese impegnato da tempo in un processo di espansione della sua influenza politica e religiosa tramite fondazioni, per esempio in paesi come l’Albania.

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