L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 4 settembre 2016

Speriamo che il TTIP sia veramente morto definitivamente

Il Ttip è morto e anche il commercio globale non si sente troppo bene

di MAURIZIO RICCI



Creme solari, certi dentifrici, certi deodoranti che, in Europa, si trovano anche al supermercato, negli Usa vengono classificati come medicinali e devono passare attraverso gli stessi test delle medicine. L'industria europea calcola che, se i controlli americani saltassero e la normativa venisse ricalcata su quella europea, le sue esportazioni sul mercato americano aumenterebbero di 9 miliardi di euro l'anno e si creerebbero 80 mila posti di lavoro. E' su queste aperture e sulla loro generalizzazione all'insieme degli scambi commerciali Usa-Europa che i modelli econometrici basano la previsione di un beneficio del Ttip (il trattato di interscambio atlantico, ufficialmente ancora in discussione) per l'economia europea, pari ad uno 0,3 per cento del Pil in più l'anno: poco in assoluto, ma tutt'altro che da disprezzare, in anni in cui il Pil europeo viaggia, a fatica, intorno all'1 per cento e spiccioli in più l'anno.

Poi, però, arriva il pollo al cloro. In America si lavano spesso con il cloro le carcasse dei polli macellati: semplice, economico, anche se sospetto per la salute. In Europa è vietato. Con il Ttip, allora, gli americani potranno vendere polli al cloro in Europa? Assolutamente no, giurano a Bruxelles: gli standard igienici e sanitari europei non verranno toccati. Niente pollo al cloro, dunque, e anche niente generalizzazione delle aperture commerciali legate al Ttip: lo 0,3 per cento dei modelli econometrici è, dunque, una stima molto approssimativa e per eccesso. L'effetto sarà,
probabilmente, almeno all'inizio, assai minore. E' un motivo per non piangere troppo sulle dichiarazioni funebri di molti politici europei sulla morte del Ttip. Stupisce, anzi, che ci sia chi ancora piange: il trattato è morto da tempo e la salma non si decompone solo perché la tengono al buio e in ghiaccio.

Non è un buon momento, infatti, per il commercio mondiale, che va sempre più a rilento e per i tentativi di rianimarlo a colpi di liberalizzazioni. Il trattato degli Usa con i paesi del Pacifico è stato firmato e giace al Congresso Usa, dove nessuno pensa davvero che sarà approvato. Cambia poco, dunque, che il Ttip - il suo cugino atlantico - arrivi o no al Congresso. Analogamente, dall'altro lato dell'oceano, se il testo, come avverrà per l'accordo con il Canada, dovesse essere sottoposto ai singoli parlamenti nazionali, le speranze di una sua approvazione sono zero. Il tentativo di risolvere, tutte insieme, le differenze normative e regolamentari fra Usa ed Europa - un enorme e intricato ginepraio - era, del resto, probabilmente, condannato in partenza. Il nodo non è, infatti, solo tecnico, ma culturale e tre anni di trattative sembrano aver colmato solo una piccola parte del divario. Lo dimostrano due (su tanti) capitoli.

Il primo è quello delle corte arbitrali. I contenziosi, secondo gli americani, fra governi e imprese (celebre quello fra la Philip Morris e l'Australia per le etichette scoraggianti sui pacchetti di sigarette) dovevano essere risolti da collegi di avvocati esperti di diritto internazionale. Una sorta di ruota degli amici e degli amici degli amici, a cui l'Europa ha controproposto tribunali speciali, ma gestiti da magistrati ordinari. La controproposta è caduta nel vuoto.

Il secondo è il principio a cui legare i controlli igienici e sanitari. Per l'Europa, vale il principio di prevenzione: un prodotto non si vende, se non si è accertato che è sicuro. Per gli Usa, invece, vale il principio opposto: per bloccarne la vendita, bisogna accertare che faccia male. La differenza è cruciale, quando si tratta di dire sì o no. Difficile vedere quale potrebbe essere il compromesso. Ma è il contenuto concreto che conta e, se questo blocca un accordo, meglio così. "Gli accordi internazionali - ha detto un economista che ne ha preparati più di uno, Larry Summers - dovrebbero essere giudicati non in base a quanto viene armonizzato o a quante barriere vengono abbattute, ma a quanti vantaggi ne traggono i cittadini".

(03 settembre 2016)



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