L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 8 settembre 2016

Stati Uniti - molto dipende dai soldi che puoi spendere per la presidenza che potrebbe farti vincere. La guerrafondaia Hillary ha preso i soldi dall'Arabia Saudita, Oman, Kuwait, Emirati Arabi Uniti cioè da paesi stranieri e tutti padri di un islamismo praticato e propagandato

Clinton-Trump: comunque vada sarà un disastro
Trump lo conosciamo. Ma la questione delle donazioni interessate da parte di banche d’affari e governi del Golfo imbarazza sempre di più Hillary Clinton e la fa apparire sempre meno affidabile. Al voto l’America andrà turandosi il naso
di Gabriele Carrer

8 Settembre 2016 - 10:30

Gli affaire relativi alle e-mail e alla fondazione di famiglia riflettono gran parte dei problemi della campagna elettorale di Hillary Clinton e delle sue difficoltà a sfondare, nonostante si trovi un avversario osteggiato perfino all’interno del suo partito. Come riportato dall’Associated Press, più della metà delle persone esterne a governi ed enti pubblici incontrate da Hillary Clinton quando era Segretario di Stato, o con le quali la candidata democratica si è sentita telefonicamente, avevano fatto personalmente o attraverso loro società donazioni alla Clinton Foundation, la fondazione benefica di una delle dinasty più potenti degli Stati Uniti: almeno 85 su 154.

Nonostante molti media abbiano accusato l’AP di aver scritto falsità, senza documentare accuratamente le cifre pubblicate, il nervo è scopertissimo per Hillary: più se ne parla, più la Clinton ne soffre. Perché tra i donatori della fondazione, nata allo scadere della presidenza del marito Bill per sostenere i Paesi in via di sviluppo, l’emancipazione femminile, l’istruzione e molto altro ancora, ci sono anche buona parte dei grandi finanziatori delle campagne della candidata ma anche la banca d’affari Goldman Sachs e i governi di Oman, Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Il fatto che le donazioni siano continuate anche nel periodo in cui Hillary era a capo della diplomazia di Washington fa emergere un dubbio: donavano per sostenere le cause della Clinton Foundation oppure per ottenere vantaggi politici? Non ci sono prove ma il solo fatto che se ne parli danneggia la candidata democratica, sempre più in difficoltà su certi temi.

Temi fra i quali c’è anche quello delle e-mail. L’Fbi ha recuperato altre corrispondenze e documenti che la Clinton non aveva consegnato durante l'inchiesta. Il perché non è dato saperlo ma, anche una volta, benché non ci fosse nulla di rivelante – com’è stato nel caso della prima tranche di pubblicazioni – l’opacità e la scarsa collaborazione con le autorità mostrate da Hillary la rendono agli occhi degli americani sempre meno affidabile.

Tra i donatori della Clinton Foundation ci sono la banca d’affari Goldman Sachs e i governi di Oman, Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Donavano per sostenere le cause della fondazione oppure per ottenere vantaggi politici?

Le questioni più calde per i candidati alla presidenza dei due maggiori partiti dall’altra parte dell’Atlantico rispecchiano la loro immagine: debole, incerta, controversa. I sondaggi sembrano una sentenza, una spada di Damocle sul capo di entrambi: sia la democratica Hillary Clinton che il repubblicano Donald Trump stanno facendo registrare, infatti, continui record al ribasso riguardo circa il loro gradimento dentro e fuori le rispettive aree politiche. L’effetto positivo di rimbalzo nei sondaggi che le due convenzioni storicamente portano con sé sembra rientrato per entrambi, incapaci di produrre quel grande reset nell’elettorato americano e tra gli scettici di partito che sarebbe stato fondamentale per dare nuovo lustro a due immagini opache. Come sulla democratica Clinton, anche sul repubblicano Trump aleggiano interrogativi pesanti circa i suoi rapporti con poteri esteri, o quantomeno vedute stranamente simili con il presidente russo Vladimir Putin. Dopo i dubbi espressi circa la continuazione dell’impegno statunitense nella Nato in caso di sua vittoria, Trump è stato messo in difficoltà dalle rivelazioni circa il ruolo di Paul Manafort, fino a poco tempo fa manager – poi messo da parte – della sua campagna presidenziale, in passato consigliere e stratega di fiducia del presidente ucraino filo-russo Viktor Yanukovych.

Le questioni più calde per i candidati alla presidenza dei due maggiori partiti dall’altra parte dell’Atlantico rispecchiano la loro immagine: debole, incerta, controversa

Indro Montanelli, riprendendo uno slogan di Gaetano Salvemini, nel 1976 invitava gli italiani a votare per la Democrazia Cristina «turandosi il naso». Una linea, quella del voto con le dite a tappare il naso, sostenuta dai liberali e dai missini in chiave anti-comunista. Una linea, secondo loro, per scegliere il male minore. A distanza di quarant’anni, la nota frase del fondatore del Giornale torna di moda, ma questa volta Oltreoceano. Il 26 settembre si terrà il primo dei tre dibattiti presidenziali in programma e si sa che nei faccia-a-faccia televisivi tutto può accadere. Ma molti sondaggisti sono concordi su un tema: come le convenzioni non hanno spostato di molto l’opinione degli elettori, così rischia di essere anche per i dibattiti. Agli statunitensi l’ardua scelta del male minore, tra la D di Donald Trump e la C di Clinton, Hillary.

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