L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 8 settembre 2016

Un governo pasticcione ed inutile

AINIS, LA VITA ETERNA DEGLI ENTI ELIMINATI

7 SETTEMBRE 2016


MICHELE AINIS

Non c’è solo il senato a essere stato, per ora, eliminato per modo di dire, visto che sopravvivrà, referendum permettendo, un po’ messo da parte, un po’ reinventato, sempre inutilmente costoso. Ci sono le province, eliminate più d’una volta, sempre lì, magari con un altro nome e con meno funzioni. E le camere di commercio, ridotte di numero e di compiti, e il Cnel, una sorta di zombie ucciso dalla riforma Boschi ma sempre presente con la sua ombra a villa Lubin, senza più presidente, con pochi consiglieri rimasti a far atto di presenza, ma con gli stipendi che continuano a beneficare il personale, indeciso ogni giorno su che cosa non fare, su che cosa non impegnarsi.

Ho riassunto molto, forse troppo, succintamente l’elenco che Michele Ainis fa oggi su Repubblica delle vittime delle varie ricorrenti riforme che lo Stato periodicamente fa per costringere a dieta dimagrante l’obeso gigante che ai cittadini toglie troppi soldi dalle tasche al fine inconfessato di impedire la riduzione delle tasse. Tutte vittime che, però, continuano a campare benissimo, pur se trasformate in zombie.

Come al solito, Ainis cerca di scherzare, anche se amaramente, sui guai dell’Italia, rassegnato come tutti i concittadini a non vedere mai risolto un problema, soprattutto quando viene affrontato dai politici. E così parte, nell’editoriale su Repubblica – che vi consigliamo di andare a leggere nella versione integrale sul cartaceo o sul digitale – da monsieur de La Palice, il quale secondo una canzoncina a lui dedicata dai suoi soldati dopo la battaglia di Pavia “un quart d’heure avant sa mort, il était encore en vie”, un quarto d’ora prima di morire era ancora in vita.

“Noi italiani – scrive Ainis – abbiamo inventato la massima contraria. Questa: «Un quarto d`ora dopo la sua morte, era ancora vivo». In Italia vale per le istituzioni, se non per le persone. Vale per il paesaggio di zombie che stiamo edificando, senza nemmeno farci troppo caso. Giacché alle nostre latitudini nessuna legge uccide mai del tutto la legge preesistente, nessuna riforma abrogatrice abroga davvero gli enti e gli accidenti. È il solo miracolo di cui siamo capaci: qui, soltanto qui, il caro estinto non s`estingue”. Col rischio, conclude Ainis, che i morti viventi blocchino il cammino dei vivi.

Ard

Nessun commento:

Posta un commento