L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 28 ottobre 2016

CETA - Quanti italiani sanno che cosa è? e perchè il Circo Mediatico non analizza i pro e i contro?



Se i valloni hanno ragione, gli altri stavano a guardare? Il punto sul CETA
ALEXANDER DAMIANO RICCI27 OTTOBRE 2016

Justin Trudeau ha cancellato il suo volo per Bruxelles, di fatto rimandando la firma del CETA. Ma il Ministero del commercio canadese ha anche fatto sapere che «il Canada rimane disponibile a firmare questo accordo chiave quando l’Europa sarà pronta».

Insomma, una settimana dopo l’enfatico discorso di Paul Magnette in cui venivano ribaditi i motivi del “no” al trattato, la verità è che si sta negoziando a tutto spiano. La conseguenza?Non si può dare per fallito il CETA.

Tecnicamente quello che manca è un accordo tra le varie componenti dello stato federale belga che permetta al Primo ministro, Charles Michel, di formulare una posizione unitaria a nome del Paese. Ieri, i rappresentanti delle istituzioni europee non avevano escluso una firma del testo per il 27 ottobre, ma Oliver Paasch, il rappresentante della comunità germanofona del Belgio, aveva già ribadito: «Sono sicuro che l’accordo non si firmerà giovedì».

Cosa accade se Paul Magnette trova un accordo con gli altri leader regionali del suo Paese?A quel punto, come spiega Euractiv, «il teso dovrà tornare nelle mani degli ambasciatori dei 28 Paesi membri dell’Ue per poi, probabilmente, passare di nuovo al vaglio del Parlamento vallone».

Intanto, la stampa europea è quasi tutta d’accordo: «La mancata firma mette a repentaglio l’immagine del nostro continente nel mondo». Eppure, qualche piccola voce fuori dal coro c’è. Ludwig Greven, su Die Zeit, scrive: «Se i Valloni riuscissero a migliorare l’accordo sull’arbitrato internazionale, nonché ottenere precisazioni sulla protezione delle industrie e dell’agricoltura del proprio Paese, non sarebbe poco». Poi aggiunge che, almeno per una volta, ci si potrebbe anche chiedere: «Se i Valloni sono riusciti a ottenere spiegazioni, chiarimenti e modifiche, perché gli altri parlamenti nazionali hanno accettato il testo come se nulla fosse? Perché non hanno voluto cambiare un testo complicato e poco trasparente? ».

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