L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 ottobre 2016

Ci sono alcune procure che sono silente tipo Milano, Arezzo è chiaro che fanno parte del Sistema massonico mafioso politico dominante

MILANO

«Irregolarità nell’appalto Expo Deregulation per fare in fretta»
I pubblici ministeri Filippini, Pellicano, Polizzi: ma non c’è prova di tangenti. Il giudice per le indagini Ghinetti preliminari deciderà l’11 novembre se archiviare

di Luigi Ferrarella



MILANO «Nonostante gli sforzi investigativi non si è giunti a provare l’esistenza» di tangenti, anche se «nell’aggiudicazione del principale appalto di Expo 2015», la «Piastra» da 272 milioni sulla quale sono stati costruiti i padiglioni, «vi sono state numerose anomalie e irregolarità amministrative sia nella fase della scelta del contraente» (la Mantovani che nel 2012 vinse con un ribasso del 42% sulla base d’asta, «non idoneo neppure a coprire i costi»), sia «nella fase esecutiva del contratto», quando le originarie obbligazioni contrattuali furono «modificate consentendo all’appaltatore di entrare in una anomala trattativa “al rialzo” con il committente, ponendo come contropartita la cessazione dei lavori, la cancellazione dell’evento e la credibilità del Paese».

La decisione del Gip

L’opinione dei pm diventa conoscibile solo ora che il gip Ghinetti fissa all’11 novembre l’udienza per decidere se accogliere o respingere o integrare con supplementi investigativi l’archiviazione chiestagli 9 mesi fa dai pm Filippini-Pellicano-Polizzi: ma risale appunto a febbraio 2016 questa motivazione addotta dalla Procura per definire mestamente un fascicolo massacrato a metà 2014 (nei suoi potenziali sviluppi) dallo scontro tra il procuratore Bruti Liberati, poi destinatario dei ringraziamenti del premier Renzi per «la sensibilità istituzionale» nella vicenda Expo, e il capo del pool tangenti Robledo, poi rimosso e trasferito a Torino dal Csm per tutt’altre vicende nei rapporti con l’avvocato Domenico Aiello. Più che per la sorte differita dei 5 indagati (gli ex manager Expo Angelo Paris e Antonio Acerbo, l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, e gli imprenditori Erasmo e Ottaviano Cinque) , è dunque a futura memoria che i tre pm, di fronte al «ritardo sul cronoprogramma», colgono «l’unico interesse dei manager Expo» guidati dall’attuale sindaco di Milano, Giuseppe Sala: «concludere i lavori entro aprile 2015, dichiarato obiettivo» per il quale «si è arretrata la soglia della legittimità dell’agire amministrativo», in una «deregulation dettata dall’emergenza». Il manager Expo Carlo Chiesa, sui «rapporti che Sala intratteneva con il presidente della Mantovani», nel 2014 disse ai pm che «Sala ripeteva che “in questo contesto l’unica cosa che non manca sono i soldi”, facendo capire la disponibilità della stazione appaltante a liberare risorse a favore dell’appaltatrice» Mantovani (a cui fu ad esempio affidata per 4,3 milioni la fornitura di 6.000 alberi che le costarono in realtà 1,6 milioni). E sulla scelta di Expo di non fare la verifica di congruità sull’offerta ribassata del 42% da Mantovani, è l’ex manager Ilspa Rognoni ad aver affermato nel 2014 che «Sala mi rispose» che l’orientamento era non farla «perché non avevamo tempo per poter verificare se l’offerta fosse anomala».

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