L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 ottobre 2016

Con il NO al referendum aiutiamo Renzi, il bugiardo seriale, a fare le scelte della sua vita, a cambiare mestiere

Renzi: se perdo cambio mestiere

Il premier: referendum ultima occasione per il Paese. Ma Palazzo Chigi smentisce: «Si è parlato di Torino e del Paese, non del suo futuro»


ANSA
Chiara Appendino con Matteo Renzi. Tra loro Sergio Chiamparino, che ha un buon rapporto con entrambi
07/10/2016
GIUSEPPE BOTTERO
TORINO

«La partita non è facile» ammette. Eppure «una vittoria del no vuol dire buttare via l’ultima occasione in trent’anni per cambiare le cose». Alla fine della giornata torinese, dopo aver dribblato l’argomento sia durante l’incontro con gli imprenditori sia nella visita allo stabilimento della Thales Alenia Space, per Renzi arriva il momento di affrontare il referendum. Si parte da un dato di fatto: dall’Ungheria alla Colombia, passando per la Brexit, quando si è andati al voto ha vinto il rifiuto per chi sta al governo. Il premier lo sa, «è un tema impressionante. Però io non ho paura dei miei concittadini e non ho paura della democrazia» dice nell’intervista pubblica con Massimo Gramellini all’Unione Industriale. 

Sulla data del 4 dicembre la stampa internazionale continua ad allungare ombre: dopo Cameron, Renzi sarà la nuova vittima scriveva ieri il Guardian, che s’aggiunge a Financial Times e Wall Street Journal. 

Il premier taglia corto: «Credo non abbiano mai avuto una perfetta percezione dei problemi italiani». Ma è consapevole che la battaglia è decisiva. «Se perdo cambio mestiere», si apre parlando con i rappresentanti del suo partito. Non uno sfogo, ma un progetto: se vince il no, penserebbe davvero di dire addio alla politica. Ma Palazzo Chigi precisa: a Torino si è parlato molto del futuro della città e del Paese ma non si è mai toccato il futuro personale di Matteo Renzi. 

Davanti agli industriali, invece, Renzi rivendica le misure economiche, dagli 80 euro «non sono una mancia», dice, agli sconti per chi investe passando dall’abolizione dell’Imu sulla prima casa e il Jobs Act. «Abbiamo fatto un sacco di errori, però le cose si stanno muovendo». E «criticare è bello, ma è più bello sporcarsi le mani e provare a cambiare». È una frecciata ai nemici interni - «D’Alema? Non penso che possa aprirsi una fase di duello con lui, mi piacerebbe confrontarmi con Berlusconi» - ma anche «ai leoni da tastiera» che una volta al governo si trovano in difficoltà. Riferimento chiaro al caso Raggi e agli affanni romani dei Cinque Stelle, e il premier puntualizza: «Non parlo di questa città». 

A Torino, il barometro dei rapporti con la sindaca Appendino segna il sereno. I due si sfiorano in mattinata - «Cara Chiara», saluta Renzi dal palco - e il caffè al grattacielo di Intesa Sanpaolo si trasforma in un pranzo. C’è feeling e, sul tavolo, argomenti pesanti: dal G7 dell’Industria, che nel 2017 sarà sotto la Mole, ai fondi per lo sviluppo delle infrastrutture. «L’incontro è andato bene, abbiamo parlato del patto per Torino. Sul modello di quello di Milano immaginando qualcosa per la nostra città», sorride la sindaca, che dà del «tu» agli industriali e, davanti al ministro dello Sviluppo Carlo Calenda, rilancia l’idea delle «free tax area». 

Prima il premier era passato alla scuola del Cottolengo, «uno dei luoghi più belli d’Italia» dove tra i maestri e gli educatori promette che «valorizzerà l’insegnamento di sostegno». E poi la tappa alla Thales Alenia Space Italia, il centro simbolo delle attività spaziali, al lavoro su Cygnus e ExoMars, che prepara la missione su Marte del 2020. «Possiamo essere un Paese leader anche nell’innovazione», dice. Ma quello è il futuro. Il presente si chiama referendum: mancano meno due di mesi e per lanciare la volata, al giro di boa - dal 4 al 6 novembre - il premier si riaffiderà alla Leopolda. Si potrà discutere anche di legge elettorale: «Il ballottaggio per me è giusto. Ma vogliamo eliminarlo? Vogliamo cambiare la legge elettorale? Bene, discutiamone. Ma non mi si dica che l’Italicum è antidemocratico». Mano tesa pure agli elettori dell’opposizione: «Un fracco di gente della Lega e dei Cinque Stelle, quando leggerà il quesito referendario, voterà sì». 

Di sicuro, lo farà la Confindustria. «Al referendum ci auguriamo che vinca il sì perché quando prendiamo una posizione non lo facciamo per un atto formale, ma perché ci crediamo», scandisce il presidente Vincenzo Boccia chiudendo l’assemblea che segna il passaggio di testimone tra Licia Mattioli e Dario Gallina al vertice dell’Unione industriale. Non è la riforma perfetta, ammettono parecchi industriali presenti in sala. E lo sa anche il premier. «In futuro - dice - ci sarà lo spazio per migliorare».

Nessun commento:

Posta un commento