L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 3 ottobre 2016

Donald Trump ha detto che, se viene eletto presidente, s’impegnerà a non usare per primo l’atomica nei conflitti. “Certamente non farò il First Strike”, ha detto: “Una volta che l’ alternativa nucleare entra in gioco, è finita”

Trump sulla guerra: “No first strike”. La Botteri non se n’è accorta.

Maurizio Blondet 2 ottobre 2016

“First Strike”, letteralmente “Primo Colpo”, è la dottrina secondo cui la superpotenza americana è in grado (o deve mettersi in grado) di sferrare un bombardamento atomico per prima, con tale sovrabbondanza distruttiva da distruggere le capacità del nemico di ritorsione nucleare”, e dunque “sferrare e vincere una guerra atomica”.

Donald Trump ha detto che, se viene eletto presidente, s’impegnerà a non usare per primo l’atomica nei conflitti. “Certamente non farò il First Strike”, ha detto: “Una volta che l’ alternativa nucleare entra in gioco, è finita”.


Lo ha detto nel dibattito con Hillary Clinton. E perché l’ha detto? Perché è la dottrina caldeggiata da Ashton Carter, ministro della Difesa, il preoccupante personaggio che ha mandato a monte la tregua in Siria firmata da Kerry e Lavrov, in un atto di disobbedienza all’amministrazione Obama, ordinando il bombardamento dei soldati siriani e poi (secondo molti osservatori) la distruzione del convoglio di aiuti umanitari verso Aleppo.

L’uomo a capo del Pentagono ha fatto capire le sue intenzioni durante una visita che ha fatto due settimane fa alla base di Minot, South Dakota, sede del Global Strike Command, dove vivono operano i lanciatori dei Minuteman i missili balistici intercontinentali a testata atomica multipla della guerra finale.

Se questi missili dell’Apocalisse sono ancora lì nei loro silos, è perché dal ‘45 vige la dottrina nucleare a cui dobbiamo i 60 anni di pace, la “Mutua Distruzione Assicurata” (MAD), ossia la certezza che se una potenza nucleare lancia il primo colpo, dal deserto incenerito dell’altra partono comunque missili di ritorsione, i suoi sommergibili e i bombardieri strategici sempre in volo ricevono l’ordine di lancio e inceneriscono il paese nemico. Ciò comporta una relativa e sufficiente parità, garantita da trattati.

E’ questa parità che Ashton Carter vuole abolire. Lo ha spiegato parlando ai ‘missileers’, agli specialisti di lanci atomici di Minot: “Nel contesto di sicurezza attuale, che è radicalmente diverso da quello della generazione precedente, noi abbiamo di fronte un paesaggio nucleare che continua a porre delle sfide […] che continua ad evolvere per certi versi in modo meno prevedibile che durante la guerra fredda, anche se molti nel mondo e anche negli Stati Uniti restano congelati nelle concezioni ereditate dalla guerra fredda…Se nei sette decenni seguiti al 1945 le armi atomiche non sono state ancora utilizzate in guerra, non è cosa che possiamo prendere per definitivamente acquisita”.


In breve, Ashton Carter ha annunciato agli ufficiali e militari di Minot, che tengono in efficienza e si preparano eternamente al lancio dei Minuteman III, ciascuno con una potenza atomica 60 volte quella di Hiroshima, una massiccia modernizzazione dell’arsenale atomico americano, per dare più efficienza, rapidità e potenza alla un po’ invecchiata “triade” nucleare (missili, bombardieri strategici e sottomarini atomici); un piano che ha già pronto e costerà 385 miliardi di dollari, il tutto condito da minacce bellicose verso Mosca, che non lasciano dubbi sulle sue intenzioni: conseguire la capacità di “primo colpo”. Naturalmente, l’ha fatto accusando Mosca di avere quella intenzione: “Le vanterie e la costruzione di nuovi sistemi d’arma nucleari di Mosca sollevano serie questioni quanto all'impegno dei dirigenti verso la stabilità strategica […] e il loro rispetto della profonda prudenza che i dirigenti dei tempi della guerra fredda avevano mostrato in rapporto all'esibizione minacciosa di armi nucleari”.


Il Dottor Stranamore

Data la personalità di Ashton Carter (un entusiasta della distruzione spesso paragonato al folle Dottor Stranamore del film di Kubrick), il fatto che sia stato messo al Pentagono dove ha i mezzi per attuare il programma di First Strike, caldeggiato dal sistema militare industriale e dai neocon , e la sua tendenza a fare come se alla Casa Bianca non ci fosse più un presidente, si coglie meglio il valore dell’affermazione di Donald Trump: “Se divento presidente, No First Strike”. E se ne colga il coraggio. Come ha commentato la rivista The Intercepts, per esempio, Nessun Primo Colpo “può sembrare semplice buon senso, ma di fatto è un impegno che il presidente Obama è stato riluttante a prendere”, di fronte “al Pentagono che sostiene che se gli Usa non sono preparati a minacciare un primo colpo nucleare, diventa meno possibile dissuadere l’aggressione russa e cinese”.

Trump ha idee sociali

Ora, Donald Trump ha fatto questa fondamentale dichiarazione durante il dibattito con Hillary Clinton: risulta a qualcuno che i nostri media abbiano riferito col giusto rilievo questa posizione. Se n’è accorta la Botteri, notoriamente ‘de sinistra’? Macché giornalisti e tv, più progressisti sono, più stanno per Hillary, e più ridicolizzano e demonizzzano Trump: machista, razzista anti-femminista, deplorevole, poco serio. Tutte le cose che dice, per i nostri ‘democratici’, sono ridicole, oltraggiose o vergognose; mai hanno rilevato che il personaggio ha promesso “di salvaguardare le protezioni sociali di base, opponendosi a qualsiasi taglio al Social Security”, ha promesso di “riportare in America i posti di lavoro delocalizzati in Cina o Messico piuttosto che fare favori all’élite che gestisce i grandi capitali”, e addirittura “sorprendente, e anti-repubblicana, è la posizione espressa da Trump ai primi di maggio sulle tasse per i ricchi: «Io sono disposto a pagare di più, e sapete una cosa?, i ricchi sono disposti a pagare di più». Insomma, come ha rilevato l’amico politologo Andrew Spannaus, Trump mostra aperture e preoccupazioni sociali che sono anatema per i repubblicani duri e puri, la “destra” di Wall Street e della globalizzazione, il capitalismo terminale senza umanità. “Trump non piace all’establishment per un motivo molto profondo: non rispecchia le loro idee, si colloca al di fuori del perimetro delle forze politiche che hanno gestito il Paese negli ultimi decenni. Dunque per i dirigenti repubblicani – e anche per i democratici più centristi e legati al sistema di potere attuale – Trump (è) una minaccia mortale al modus operandi della politica contemporanea”.


La Boschi è andata a ossequiare

Perché la Botteri tanto “de sinistra” tace questo aspetto, dopotutto rivoluzionario nel panoramma politico Usa,dominato dai guerrafondai? Solo perché la Clinton corre per un partito che si dice “democratico”, tanto basta a suscitare gli scodinzola menti pavloviani dei nostri piddini? Elena Boschi è stata mandata dal governo Renzi dare solidarietà a Kilìlary; anzi, il governo italiano, attraverso il ministero dell’Ambiente, ha contribuito alla campagna elettorale della Clinton con una donazione fra i 100 mila e i250 mila dollari (soldi nostri), come si vede qui:


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