L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 27 ottobre 2016

Expo - la procura di Milano è in buona compagnia, il Circo Mediatico l'affianca

Expo, chissà se ora i giornali scopriranno le ’ndrine

di Marco Lillo | 27 ottobre 2016

Ma cosa deve fare di più la ‘ndrangheta per avere l’attenzione dei giornali? Ieri sono diventate pubbliche le intercettazioni dell’indagine sull’infiltrazione della ’ndrangheta nei lavori dell’Expo. I pm di Reggio Calabria nel loro decreto di sequestro scrivono che le imprese legate alle cosche avevano messo le mani sul “subappalto per la realizzazione dei padiglioni di esposizione della Cina e dell’Ecuador nella fiera Expo 2015 e per l’esecuzione delle opere di urbanizzazione e delle infrastrutture di base (la cosiddetta ‘Piastra’), per conto della società cooperativa Viridia Milano”, che eseguiva le opere di Expo per conto del Co.Ve.Co., la coop rossa già emersa nel caso Mose.

Gli imprenditori arrestati all’inizio del mese e che ieri si sono visti sequestrare i beni hanno fatto di tutto per farsi notare. In un’intercettazione il manager della Infrasit Pino Colelli, si vanta di avere fatto il 70 per cento dell’Expo, e di aver lavorato anche “al padiglione dell’Italia”. Nel suo curriculum su Linkedin proclama di aver realizzato le canalizzazioni e “tutti i cluster dell’Expo”.

Nelle intercettazioni i suoi complici calabresi lo trattano come un servo e si vantano di picchiare chi non esegue i loro ordini, minacciano di bruciare le case e staccare le corde vocali a chi disobbedisce. Le carte avrebbero avuto ben altro impatto se fossero uscite prima, quando Renzi e il candidato sindaco Beppe Sala vantavano il miracolo delle imprese italiane, o quando l’allora procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati vantava la sua ‘sensibilità’ istituzionale nel chiudere alla svelta le indagini su Expo.

Eppure ieri quando con ritardo il retrobottega di Expo è stato svelato grazie alla Procura di Reggio, i grandi giornali hanno preferito parlar d’altro. Il Corriere della Sera e Repubblica hanno relegato la notizia in cronaca di Milano. Il posto giusto per un’Esposizione universale infiltrata nei padiglioni di Ecuador e Cina.

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