L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 25 ottobre 2016

Fabrizio Palenzona sarà fatto fuori da Unicredit e dalla fondazione Crt

Lunedì, 24 ottobre 2016 - 19:02:00
Pioneer, Del Vecchio: vendere solo il 50%. E la Appendino silura Palenzona
Il patron di Luxottica Leonardo Del Vecchio suggerisce a Mustier di non uscire del tutto da Pioneer. Ecco perché



di Luca Spoldi
Andrea Deugeni

Leonardo Del Vecchio prova a dettare la linea a Jean-Pierre Mustier, dichiarando pubblicamente di non sapere se unaumento di capitale “sia necessario” e che ”vendere il 50% di Pioneer” (dunque senza uscire completamente dal business dell’asset management), “sarebbe una buona idea”. Un commento non propriamente disinteressato, visto che Del Vecchio di Unicredit è azionista con una quota appena inferiore al 2% che nel caso di un aumento di 8 miliardi, come più volte ventilato a Piazza Affari, significherebbe dover aprire il borsellino e investire 160 milioni di euro solo per non farsi diluire.

E’ pur vero che controllando il 66,485% di Luxottica Del Vecchio non dovrebbe avere grossi problemi, visto che gli utili del produttore di occhiali “Made in Italy” potrebbero salire secondo le stime di consenso, nonostante qualche incertezza del mercato, dagli 804 milioni del 2015 a circa 900-950 milioni nel 2017, il che significa che solo con gli utili di quest’anno Del Vecchio potrebbe levarsi lo sfizio di sottoscrivere più di tre volte la quota di sua spettanza.

E’ facile fare aumenti di capitale coi soldi altrui, sembra sottintendere Del Vecchio, che ha poi aggiunto: “aumento di capitale per fare cosa? Oggi a cosa serve il capitale per le banche? Non mi pare che abbiano bisogno di capitale, la mania oggi è fare aumenti di capitale”. Il patron di Luxottica sembra tuttavia dimenticare che gli aumenti di capitale (o in alternativa le cessioni dei “gioielli di famiglia”) sono necessari alle banche italiane ed europee per riuscire a rafforzarsi così come hanno già fatto da anni i loro concorrenti statunitensi. Unicredit, che pochi giorni fa ha ceduto 940 milioni di crediti deteriorati (Npl) alla società polacca Kruk Group, dovrebbe avere ancora oltre una cinquantina di miliardi lordi di Npl in portafoglioe da tempo si ventila una maxi cessione per complessivi 20 miliardi.

Sul mercato questi asset valgono dal 15% al 25% del loro valore di libro, quindi Unicredit può sperare di ricavare non più di 5 miliardi di euro dalla cessione. Visto che la copertura media era a fine giugno di poco superiore al 52%, una simile operazione assorbirebbe da sola quasi 5 miliardi di capitale. Di questi però solo 1,6 miliardi sono già stati assicurati dalla cessione di partecipazioni in Bank Pekao e FinecoBank realizzate in questi ultimi mesi. Servono dunque almeno altri 3,5-4 miliardi, per i quali non sarebbe sufficiente neppure la cessione completa della residua partecipazione in Bank Pekao (per il 30% della quale Pzu sarebbe pronto a offrire 2,5 miliardi, ma la trattativa sembra andare a rilento).

Se come è possibile Pioneer Asset Management venisse valutata dai suoi pretendenti (Amundi, la cordata Poste Italiana-Anima-Cdp, Abardeen Asset Management e Macquarie) tra i 3,5 e i 4 miliardi si potrebbe effettivamente arrivare a cederne attorno al 50% mantenendo comunque un piedino in un settore che per quanto alle prese con un problema di rendimenti in calo e di tassazione in crescita continua a generare interessanti flussi commissionali.

L’asset management dunque potrebbe dare un ulteriore contributo positivo agli utili del gruppo, per la gioia dei suoi azionisti a partire da Del Vecchio. Chissà se Jean-Pierre Mustier terrà conto del consiglio. La risposta ai primi di dicembre, con la presentazione ufficiale del nuovo piano industriale e la definizione del nuovo perimetro di attività di Unicredit.

Intanto, a Torino, il futuro cambio di presidenza alla fondazione Crt, uno degli azionisti storici di Unicredit, potrebbe portare in dote un abbandono di peso nella banca di Piazza Gae Aulenti. Quel Fabrizio Palenzona, vicepresidente dell'istituto di credito, che finirebbe vittima dello spoil system pentastellato all'ombra della Mole. Secondo le indiscrezioni, infatti, pare che la sindaca Chiara Appendino, che non nutre simpatie per Palenzona, voglia piazzare un giovane economista torinese alla guida della fondazione torinese che da anni ormai esprime l'ex presidente di Adr come suo rappresentante nel board della banca. 

Consapevole dell'assenza di feeling con quella che qualcuno vede addirittura come prossima candidata premier dei Cinquestelle, Palenzona pare sia intenzionato a fare un passo indietro, non ricandidandosi a vice presidente di Unicredit ed evitando lo smacco pubblico.

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