L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 25 ottobre 2016

Fuori gli stranieri dall'Italia, non ne abbiamo bisogno!

Cleptocrazia
Riceviamo e pubblichiamo on 25 Ottobre, 2016 19:23:00 


Corruzione continua. Come dal 1994 ad oggi nulla è cambiato. Il ruolo delle banche e della magistratura

Il saggio di Giulio Sapelli presentato oggi a Milano ai Frigoriferi Milanesi con Lodovico Festa e Sebastiano Barisoni.

Milano, 24 ottobre 2016

La corruzione «universale» è «ineliminabile». Sostiene Giulio Sapelli nella riedizione attualizzata di un suo saggio del 1994. Essa è provocata dai poteri situazionali (ad esempio le grandi imprese private o pubbliche), ma quando diventa di ostacolo allo scambio, quando viene a costare troppo, crea un danno nel sistema: da fisiologica diventa patologica. Da qui la necessità di farla emergere, renderla visibile per arginarla: nasce da questa esigenza l’espandersi di notizie, di denunce, di inchieste da prima pagina.

Nella confusione politica attuale (terza, quarta, ultima Repubblica?), in cui la corruzione ha solo cambiato volto – si sono rovesciati i ruoli fra i concussi e i corruttori – l’analisi presentata in Cleptocrazia resta, in tutto il suo rigore, un filo di Arianna per orientarsi nel sottosuolo del potere politico ed economico.

Nella Postfazione, aggiunta al testo, l’autore commenta, alla luce degli avvenimenti successivi, le pagine scritte allora.

La società italiana sembra molto diversa da quella messa in discussione da Tangentopoli. Lo stato si è «devertebrato»: non ci sono più i grandi partiti né le grandi imprese pubbliche e private, spazzati via i primi dalle inchieste di Mani pulite, le seconde dalle privatizzazioni e dalla crisi internazionale.

I vari Andreotti, Craxi sono stati (con lo zampino straniero) espulsi dal tessuto politico italiano e gli schieramenti storici della destra e della sinistra si sono disgregati e riaggregati in proteiformi raggruppamenti. Il loro posto è stato preso da partiti personali (veri gruppi neo-acquisiti) con una pletora di imprenditori piccoli e medi che li finanziano e da una politica che ha abolito le Partecipazioni statali (mettendo a partecipare i propri amici).

L’autore riconosce, però, di avere sottovalutato – in Cleptocrazia – le cause internazionali che provocarono Tangentopoli, e di aver avuto una concezione fin troppo ottimista della magistratura (vista allora come unico potere sopravvissuto a uno stato ormai completamente devertebrato).

La prima autocritica riguarda gli interessi anglosassoni.

Le lunghe mani (pulite?), che si stanno allungando sulle banche in una nuova Campagna d’Italia, fanno vedere sotto una nuova luce anche gli avvenimenti di allora.

La seconda autocritica tocca l’ordinamento giudiziario: la recente guerra per bande delle procure, l’una contro l’altra armata, dimostra che era non solo illusorio, ma errato, attribuire un ruolo salvifico alla magistratura.

Ma allora, nello Stato attuale non esistono più poteri vertebrati? Forse, conclude l’autore, occorrerebbe indagare sul sistema bancario... magari con un nuovo Watergate, un’inchiesta puntigliosa (e non di facciata) sul potere finanziario.

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