L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 25 ottobre 2016

industria 4.0 - non sarà certo il sindacato ad avere la capacità, ne d'altra parte è il suo compito, di creare un'alternativa a come, cosa e quanto produrre. Ma va bene ripartire dai contratti di fabbrica e ... nazionali

LAVORO
PATTO PER LA FABBRICA/ La riscossa pronta per Confindustria e sindacati

Raffaele Bonanni
martedì 25 ottobre 2016

La legge del contrappasso è infallibile, e anche nella storia recente del discredito freddamente spinto dall’attuale Governo ai danni dei corpi intermedi sta riportando la situazione al punto di partenza nelle importanti relazioni tra di loro, e tra essi e le istituzioni e la politica. Si è teorizzato che l’intermediazione dei Soggetti sociali fosse un intralcio per il buon andamento della governabilità del Paese e dell’economia; ma queste posizioni ben presto si sono accartocciate su se stesse. Il Paese non ha certo goduto della riduzione del loro ruolo: al contrario, tutti i dati statistici riguardanti la salute dell’economia sono disastrosi e risentono sensibilmente della scarsa coesione sociale fortemente danneggiata nel biennio scorso.

Ma ciò che non ha potuto l’amore per l’interesse generale, l’ha potuto l’interesse politico del Governo ad alleggerire il numero dei propri nemici dopo il preoccupante esito delle scorse amministrative e in vista della consultazione del 4 dicembre che potrà decidere insieme al quesito referendario anche la stessa permanenza di Renzi alla guida del Governo. La ripresa dell’attività concertativa come nel caso delle pensioni fa ben sperare su un cambio positivo di passo. 

Anche il Presidente di Confindustria continua la salutare pressione per ridare centralità alle relazioni industriali ripartendo dai luoghi della produzione. Già mesi fa, in occasione della sua investitura, aveva richiamato i sindacati a riprendere la politica contrattuale orientata alla produttività aziendale. E giorni fa, in occasione del consueto meeting autunnale dei Giovani imprenditori, li ha chiamati a darsi da fare per un “patto per la fabbrica”. Vincenzo Boccia, memore delle difficoltà del recente passato procurate anche dalla furia anti corpi intermedi e delle difficoltà dell’industria italiana, insiste a che i soggetti sociali riprendano nelle proprie mani la piena soggettività sociale dei momenti migliori. Si spera ora che il Sindacato sappia cogliere pienamente questa congiuntura favorevole, dopo le ingiuste campagne portate ai suoi danni dai soliti e perenni rappresentanti dell’italietta al seguito del padrone di turno.

La questione contrattuale è il nodo principale. Infatti, non è stata ai più comprensibile la ritrosia recente a procedere all’aggiornamento delle relazioni industriali ripartendo dagli accordi interconfederali del 2011 e del 2013. Boccia ha detto chiaramente che il perimetro di ripartenza per l’evoluzione della contrattazione dovrà passare inevitabilmente da quei cardini. Ha voluto dire con chiarezza che i nuovi contratti possono portare benefici economici alle buste paga e alle prestazioni sociali contrattuali alla sola condizione dell’aumento della produttività nelle singole aziende.

Richiamando i sindacati alla collaborazione su un “patto per la fabbrica”, Boccia ha voluto continuare la sua pressione sul varo di una stagione davvero densa di accordi aziendali per stimolare maggiore produttività e ottenere più salario facendo un assist al contratto dei metalmeccanici che sembra chiudersi coerentemente su elementi innovativi utili a rafforzare la possibilità per le imprese di produrre meglio con una redistribuzione equa della ricchezza.

Ma il “patto per la fabbrica” deve inserire bene la dinamica delle relazioni industriali anche nel piano industria 4.0. Sapranno Confindustria e i sindacati essere all’altezza della loro storia? Se bucano queste occasioni difficilmente potranno candidarsi nel futuro a una nuova soggettività che possa costituire un punto fermo per la salute dell’economia, ma anche della coesione sociale, tanto importante per la stabilità politica del Paese.


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