L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 ottobre 2016

la Libia di Gheddafi aveva il torto di cercare di fare gli interessi nazionali ed ora ci sono avvoltoi che vogliono spartirsi le spoglie della carogna. Tobruk e sul campo e in linea di principio ha messo una seria ipoteca per ricominciare a costruire e tutti dovrebbero passare per lì e non come il fantoccio Onu che si è inventato il fantoccio Serraj

LIBIA - 28 ottobre 2016 - 06:00

Crisi Libia, Arabia Saudita e Russia al centro delle nuove trattative

La comunità internazionale punta su Riad per venire a capo della disputa tra il governo di accordo nazionale, gli islamisti e il generale Haftar. Intanto Serraj cerca un avvicinamento con Mosca



di Manuel Godano

Dopo il sostanziale fallimento della conferenza internazionale di Parigi sulla Libia e il ritorno a Tripoli dell’ex premier Khalifa Ghwell, la comunità internazionale prova a cambiare strategia coinvolgendo l’unico attore internazionale che potrebbe risolvere questa crisi: l’Arabia Saudita.

Il regno di Casa Saud è stato interpellato dagli Stati Uniti con la richiesta di intervenire in Libia e di negoziare un accordo tra tutte le parti politiche coinvolte nell’impasse del Paese che si protrae ormai da mesi. I sauditi, d’altronde, sono gli unici ad avere canali diretti aperti con le parti in conflitto e il loro coinvolgimento potrebbe bloccare le interferenze degli altri due grandi attori del Golfo coinvolti nella questione libica: da un lato il Qatar, che insieme alla Turchia sostiene gli islamisti di Ghwell; dall’altro gli Emirati Arabi Uniti, che insieme all’Egitto e alla Francia appoggiano il generale Khalifa Haftar e il governo di Tobruk guidato dal premier Abdullah al-Thinni.

Un eventuale passo indietro da parte di Qatar ed Emirati potrebbe favorire la distensione. Riad starebbe già pensando a un luogo in cui indire una conferenza di solidarietà nazionale, che dovrebbe riunire tutti i principali interlocutori coinvolti a vario titolo nel labirinto libico. Il dubbio è se tenere il summit in Libia o in Arabia Saudita.

La memoria, in questo caso, non può non andare allo storico accordo negoziato a Ta’if, in Arabia Saudita, nel 1989, che pose fine ai quindici anni di guerra civile libanese. Anche se, al netto del peso politico che Riad può avere sulle trattative, le speranza di ottenere un risultato simile in tempi relativamente brevi al momento sono davvero poche.

Serraj chiede aiuto a Mosca

In parallelo, negli ultimi giorni si sono registrate anche manovre di avvicinamento tra la Russia e il Governo di Accordo Nazionale del premier designato dalle Nazioni Unite Faiez Serraj dopo i colloqui intercorsi tra questi e l’ambasciatore russo in Libia Ivan Molotkov. Nell’incontro Serraj ha dato il benvenuto all’avvio di una rafforzata cooperazione militare e sul piano della sicurezza tra i due Paesi. Il premier ha anche espresso il proprio nulla osta al ritorno delle aziende russe, esortando però a Mosca affinché usi tutte le leve in suo possesso per sospendere l’embargo sulle armi imposto alla Libia e rilasciare i fondi sovrani libici.

(Putin insieme all’ambasciatore russo in Libia Ivan Molotkov, foto Russia News)

Molotkov, da parte sua, ha manifestato il suo supporto al governo di Serraj e all’accordo di unità nazionale firmato nel dicembre del 2015, esprimendo la volontà del Cremlino di riaprire l’ambasciata a Tripoli non appena la situazione in città e nel Paese si sarà normalizzata. A seguito del faccia a faccia, un primo risultato Mosca lo ha già ottenuto. Poco tempo dopo i colloqui, i media libici hanno reso noto che quattro marinai russi accusati di traffico illegale di petrolio in acque libiche, e arrestati nel settembre dello scorso anno, sono stati liberati e hanno potuto fare ritorno alle loro famiglie a Grozny, in Cecenia. Altri tre russi, due militari e un ingegnere, rimangono invece ancora nelle mani delle forze di sicurezza libiche. Erano stati arrestati nel giugno di quest’anno sempre con l’accusa di traffico di petrolio. Ma è probabile che questa prima intesa raggiunta tra Serraj e la Russia sarà sufficiente per far rientrare presto in patria anche loro.

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