L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 ottobre 2016

Le Filippine di Duterte vogliono giocare a tutto campo senza essere limitati a priore da scelte di campo di principio ma dettati da un sano realismo per il bene della Nazione

FILIPPINE - 28 ottobre 2016 - 15:00

Filippine, i buoni motivi che spingono Duterte verso la Cina
Miliardi di dollari in investimenti e una risoluzione consensuale della disputa sulle isole contese. Ecco perché si sta avvicinando a Pechino. Obama dovrà farsene una ragione



di Priscilla Inzerilli

Il “divorzio” dagli USA annunciato dal presidente filippino Rodrigo Duterte durante la sua visita in Cina tra il 18 e il 21 ottobre, la prima dopo la sentenza della Corte Permanente dell’Aia dello scorso luglio che aveva dato ragione a Manila negando ogni “diritto storico” della Cina sulle acque del Mar Cinese Meridionale, è stata rettificata pochi giorni fa. In perfetto “stile Duterte”, ad affermazioni controverse il presidente ha fatto seguire puntali smentite, secondo un copione a cui l’audience internazionale sembra essersi ormai abituata.

Il 21 ottobre il leader delle Filippine ha chiarito, usando toni più concilianti, che annunciando la sua “separazione” dagli Stati Uniti non intendeva recidere i legami con lo storico alleato, ma solo perseguire una politica estera più indipendente, rafforzando le relazioni con il vicino cinese. Parlare di separazione equivarrebbe a tagliare le relazioni diplomatiche, ma “è nel migliore interesse dei miei connazionali mantenere questa relazione”, ha affermato Duterte durante una conferenza stampa.

Nessuna notifica ufficiale riguardante modifiche o interruzioni nei rapporti bilaterali tra i due Paesi è in ogni caso pervenuta a Washington, come ha avuto modo di confermare il portavoce della Casa Bianca Eric Schultz, il quale non ha mancato inoltre di ricordare come gli USA rappresentino uno tra i partner economici più importanti per le Filippine, con investimenti diretti esteri per un ammontare di 4,7 miliardi di dollari.

Il volume delle attività di import-export con Pechino è sinora risultato poco significativo, se paragonato a quello tra le Filippine e gli altri Paesi asiatici facenti parte del “blocco” filo-USA, tra cui il Giappone, primo partner commerciale di Manila, in testa alla Cina e agli stessi Stati Uniti.


Eppure, considerando quanto accaduto in occasione del forum Cina-Filippine dedicato al business, nel corso del quale era stato annunciato il presunto “divorzio”, è possibile intravedere una “virata” da parte di Duterte – se non politica – sicuramente di natura economica. Devono essere stati i 24 miliardi di dollari di finanziamenti e investimenti cinesi e la possibilità di poter siglare con Pechino importanti accordi in settori come infrastrutture, commercio e turismo, ad aver fatto gola al presidente Duterte, e alle centinaia di imprenditori filippini presenti al forum, spingendolo a definire la Cina non un semplice Paese amico, ma “un fratello di sangue”.

L’eccessivo “calore” che Duterte ha manifestato nei confronti di Pechino preoccupa non poco Washington, soprattutto alla luce degli ultimi colloqui intercorsi tra il leader filippino e il presidente cinese Xi Jinping, con il quale è stata convenuta l’esigenza di focalizzarsi “sulla necessità di rafforzare la cooperazione”, lasciando da parte le reciproche differenze; ventilando inoltre la possibilità di arrivare a una risoluzione della controversia legata al diritto di sovranità sul cosiddetto Scarborough Shoal, un atollo di piccole dimensioni distante 250 km dalle coste filippine e 900 km da quelle cinesi, situato però in un’area del Mar Cinese Meridionale ricca di risorse naturali ed energetiche, attraverso la quale ogni anno transita un volume di merci del valore pari a circa 5mila miliardi di dollari.

Il repentino “invaghimento” del presidente Duterte nei confronti di Pechino può essere dunque verosimilmente considerato un elemento fondamentale nella ridefinizione dei futuri equilibri tra le potenze che si contendono il “pivot” della regione Asia-Pacifico. Almeno fino alla prossima smentita.

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