L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 28 ottobre 2016

Pino Aprile - La Questione Meridionale irrompe in scena

Fiore Marro intervista Pino Aprile per il Roma

27 ottobre 2016

(ilMezzogiorno) Terroni, il primo libro di Pino Aprile, è stato l’apripista che ha aperto il filone dei suoi lavori dedicati alla “questione meridionale” e che ha dato spazio e opportunità di raccontare queste “storie maledette” a tanti altri scrittori del nostro mondo, un lavoro letterario che è stato lo spartiacque, nel cosmo meridionalista, di una certa rinnovata informazione ed è stato senza sorta di smentita il testo che ha ridato visibilità a una storia obliata, quella dei borbonici, quella delle Due Sicilie, quella dei cosiddetti meridionalisti; un libro che è stato per molti il punto di non ritorno. Come ha sottolineato un amico a Napoli, durante la presentazione del libro di Gennaro De Crescenzo del 24 settembre scorso : Pino Aprile volente o nolente è un’icona del nostro ambiente, ti senti tale? 
«Fingerei se dicessi di non accorgermi di come viene percepito quel che ho fatto e quel che faccio. “Terroni” ha riproposto la Questione Meridionale, che pareva dimenticata. Ed è servito a mostrare che, a parte i primi anni dell’Unità “a mano armata” e saccheggio delle risorse del Sud, mai, in un secolo e mezzo, la discriminazione, nei confronti del Mezzogiorno è stata così feroce come in questi ultimi vent’anni, fra insulti della Lega Nord e di leghisti di fatto, di destra e sinistra, e rapina dei fondi destinati al Sud a opera di governi di ogni colore, da Berlusconi a Renzi (addirittura peggiore del suo maestro di Arcore). Ma quello che è accaduto con “Terroni” poteva succedere con un film, una canzone identitaria come una nuova “Brigante se more”. Non voglio sottostimare il mio libro, ma dire che i sentimenti perché fosse accolto e compreso erano già diffusi, non sempre in modo consapevole, grazie all’opera di tanti. La paglia c’era, mancava il cerino. Ma questo l’ho scoperto, lo abbiamo scoperto dopo».

A volte ti sei detto stanco dei troppi impegni dovuti ai suoi libri diffusori di tesi scomode, non credo che si diventa ricchi vendendo i libri, col senno di poi torneresti indietro?
«Non potevo immaginare che “Terroni” avesse quell’esito. E nemmeno la mia casa editrice. Quando, dopo trent’anni di rifacimenti, consegnai “Terroni”, avevo alle spalle le dimissioni per dignità (lasciatemelo dire…) dalla direzione di “Gente”. Guadagnavo tantissimo e avevo preso impegni per il futuro delle mie figlie. Per mantenerli, misi in vendita casa. Poi, “Terroni”, il mio libro che ha avuto la più bassa tiratura iniziale, mi salvò il tetto sulla testa. Non si diventa ricchi con i libri. Senza la pensione, non potrei fare quel che faccio. E sono dei più fortunati… Ho l’affanno (“Carnefici” mi ha distrutto), ma non tornerei indietro. Non ci si può dimettere da se stessi e dal proprio carattere. Io questo sono e, come diceva mio padre “faccio cose del mio nascimento”».

Secondo te, ci sarà una svolta politica, del meridionalismo? I padani basarono all’inizio la sua ascesa su di un unico sentimento, l’antimeridionalismo, riuscendo a unire le varie spinte indipendentiste del nord, quale sentimento potrebbe unire i duosiciliani?
«Manca (e meno male!) un elemento essenziale per fare “da Sud” la politica della Lega: il razzismo. La Lega è stata ed è uno strumento dell’imprenditoria del Nord per mantenere il proprio livello di vita, nonostante la crisi, razziando in modo ancora più feroce, attraverso partiti al servizio (ieri la Lega, oggi il Pd) le risorse destinate al Sud e persino le tasse versate dai meridionali (un quarto del totale: meno di quanto lo Stato spenda nel Mezzogiorno). In pochi anni sono sorte molte iniziative politiche e para-politiche meridionaliste. È la fase conflittuale dei “mille fuochi”, direbbe Mao. Potrebbero convergere in uno solo, ma non è detto. Per ora (il potere si difende…), sono cominciate azioni un po’ sporche e persino palesi di inquinamento, purtroppo sottovalutate, il che ha comportato conseguenze (sottovalutate pure quelle). Ma si parla di possibilità politiche che non esistevano e ora esistono» 

A bocce ferme e con oramai 4 anni alle spalle, vorrei con te affrontare la questione di quel fatidico 8 settembre a Bari”, quando diversi movimenti meridionalisti ti proposero la leadership politica, cosa non si è capito di quel momento? Cosa avresti voluto aggiungere che non hai avuto modo di dire e soprattutto cosa non ha funzionato?
«Da aggiungere, nulla. Al più, qualche informazione sul dopo. Ho sempre rese note le proposte di candidature che mi sono arrivate da destra e da sinistra. L’offerta di assumere la guida dei vari movimenti meridionalisti non mi portava a una diversa decisione. E non lo nascosi. Ma l’insistenza di Marco Esposito e di altri, la pressione di Michele Emiliano e il modo, lusinghiero e commovente, mi fecero venire dei dubbi. Che decisi di risolvere al momento, in un confronto che, comunque, ci avrebbe uniti. Dopo aver ascoltato, mi convinsi che la mia scelta era giusta (non serviva un leader portato sugli scudi, per acclamazione, ma uno che emergesse dal conflitto democratico fra le varie espressioni) e che il mio compito fosse dotare il Sud di quel giornale che gli è sempre mancato. Ci ho lavorato tantissimo, bruciando molto tempo e un po’ di soldi, ma a pochi giorni dalla firma dal notaio per la nascita della casa editrice, anche per alcune incomprensioni sorte fra le anime del progetto, fermai tutto. Capii che era sbagliato fare, al tempo della civiltà informatica, un giornale della civiltà industriale (“meridionale”, ma come quelli che già ci sono). E ricominciai con diverso progetto. Non ho rinunciato. E qui mi fermo».

A tuo parere il problema della nostra incapacità a creare una forza capace di andare in parlamento, è proprio la disunità tra noi?
«Il potere non è in Parlamento, dove, al contrario di quanto si creda, spesso va a morire: è in strada; è dove la gente, superando le divisioni, si unisce per raggiungere un obiettivo comune. Il treno per Matera non è di destra o di sinistra. E non so nemmeno se è davvero necessario avere una forza “meridionalista”. Meglio sì che no; ma quel che più conta è che i nostri temi entrino in tutte le formazioni, siano fatti propri da tutti. Ne vediamo alcuni segnali, da de Magistris a Emiliano, ai 5stelle, ad alcuni, per ora isolati, rappresentanti della destra. Il Sud chiede equità, che è un valore universale, non meridionale rifiutarla non è da “nordisti”, ma da disonesti».

Carnefici è un modo tutto nuovo di porgerti al lettore, più diciamo sanguigno, più sofferto, correggimi se sono in errore.
«Il tema è durissimo. La ricerca di quei documenti è stata molto faticosa e non finirò mai di ringraziare gli amici che mi hanno aiutato, nei momenti peggiori. Il quadro che emerge da quei dati è spaventoso. Si resta coinvolti: leggi di famiglie devastate, padri uccisi, torturati; case bruciate, madri e bambini deportati per un “dicevasi”; ragazzine condannate allo stupro e alla prostituzione o al suicidio; carcerazioni senza accusa, condanna, addirittura senza sapere per ordine di chi; di morti, a migliaia e migliaia, di civili e di soldati arruolati a forza, nelle prigioni o nelle caserme, per epidemie sospette. Come si può restare insensibili? A quelli che, come un docente siciliano, se la cavano dicendo “si sa che la storia è violenta”, suggerisco di sostituire a quelle vittime, i propri familiari. E poi ripetere la frase».

Progetti imminenti? 
«Tanti, che hanno a che fare con la creazione di lavoro nel Mezzogiorno, ma soprattutto con quel che ritengo mio compito e competenza: comunicare e combattere l’informazione squilibrata a danno del Sud. Ci sono un po’ troppi progetti in ballo, ma spero di reggere: è questo il tempo in cui fare. Speriamo bene…».

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