L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 ottobre 2016

Renzi un bugiardo seriale, deve andare via e il nostro NO lo obbligherà



Perché al Def di Renzi e Padoan non crede davvero nessuno

GUIDO IODICE7 OTTOBRE 2016

L’anno del Signore 2017 (sesto dell’Era Draghi) la crescita del Prodotto interno lordo dell’Italia sarà pari all’1%. Così dice il governo nel Documento di Economia e Finanza (Def). Un tasso di crescita a dir poco asfittico, se confrontato con quello di altri Paesi (persino quelli periferici dell’Eurozona) che arriva dopo un anno anche meno brillante, che era partito con previsioni di crescita dell’1,4% e pare finirà (se andrà bene) allo 0,8%.

Ma a questo 1%, già come dicevamo bassino, non crede davvero nessuno. Il vicedirettore della Banca d’Italia Luigi Signorini, davanti alle Commissioni bilancio di Camera e Senato, ha definito “ambizioso” l’obiettivo, un modo per dire irraggiungibile. La stoccata di Via Nazionale è diventata particolarmente dolorosa quando il burocrate ha affondato, spiegando che «nelle valutazioni del governo il mancato aumento dell’Iva avrebbe un impatto positivo sul tasso di crescita del Pil pari a 0,3 punti percentuali nel 2017, un effetto piuttosto forte rispetto a stime econometriche basate sui dati del passato».

Simile l’approccio della Corte dei Conti che per bocca del presidente Arturo Martucci sottolinea i “rischi di ribasso” dovuti agli «elementi di fragilità del quadro economico che si riflettono sul percorso programmatico di finanza pubblica». Anche l’Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb), organismo che vigila sull’applicazione del pareggio di bilancio inserito nella Costituzione, è ben poco convinto: «Le previsioni di crescita per il 2017 – sostiene il presidente Giuseppe Pisauro – appaiono contrassegnate da un eccesso di ottimismo», mentre quelle del 2018 sono addirittura “fuori linea” tanto che l’Upb potrebbe non dare il suo disco verde alla manovra. Come se non bastasse, Pisauro avverte che anche la flessibilità (0,4% di deficit per affrontare le emergenze terremoto e migranti), che dovrebbe essere concessa dall’Unione Europea, potrebbe alla fine non arrivare.

La mazzata finale per Renzi e Padoan è poi arrivata martedì, quando il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato le previsioni del 2017, assegnando all’Italia un non particolarmente lusinghiero +0,9%. E si sa che le previsioni del Fondo sono in genere troppo ottimistiche.

Risultati così modesti tuttavia non sono solo il risultato di fatti oggettivi, ma anche della linea economica del governo, tutta incentrata alla riduzione delle tasse (peraltro molto “apparente”) e non all’aumento della spesa (di fatto ridotta), che potrebbe aiutare il Paese a crescere. Renzi ha finora puntato tutto su “bonus” e sconti fiscali ad hoc, quindi dall’effetto effimero. In più gran parte della manovra di finanza pubblica è incentrata sull’evitare che scattino le “clausole di salvaguardia”, cioè gli aumenti di imposte (in particolare l’Iva). Dei 25 miliardi di interventi previsti per il 2017, infatti, il 60% è devoluto a questo obiettivo. Il che in soldoni significa ridurre le spese per evitare che aumentino le tasse, con un effetto netto che risulterà comunque recessivo.

Il ministro Padoan respinge le critiche parlando di aumento degli investimenti. Ma anche qui si tratta di decimali di “buona spesa”, mentre il saldo primario (cioè la differenza tra spese e entrate dello Stato al netto degli interessi sul debito) addirittura aumenta, segnalando un quadro di austerità “light”. Il tutto avviene mentre siamo seduti sulla bomba ad orologeria delle banche italiane in difficoltà, da Mps ad Unicredit, e mentre Deutsche Bank rischia di cadere addosso all’Europa.

Nonostante i proclami altisonanti Renzi e Padoan hanno deciso di allinearsi alle richieste dell’Ue, mentre il quadro macroeconomico e finanziario del Paese si deteriora. Stiamo giocando col fuoco. Il rischio è che potremmo essere costretti a compensare con brusche manovre correttive, stavolta non “light”.

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