L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 6 ottobre 2016

Spacciare le bugie per verità per il Sistema mafioso-massonico-politico del Pd è sempre più difficile, anche le istituzioni internazionali insorgono non possono e non vogliono, un domani, essere accusate di non aver visto e di non aver detto. Gli italiani sono avvertiti

Def, l'atto di fede del premier

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan 

di MASSIMO GIANNINI 05 ottobre 2016

HA ragione il ministro del Tesoro Padoan: il programma economico del governo Renzi "non è una scommessa". Purtroppo, allo stato attuale, è qualcosa di ancora più incerto e ipotetico. È un vero e proprio "atto di fede".

Ma purtroppo o per fortuna viviamo in terra di infedeli. E dunque bisogna rassegnarsi all'evidenza: i numeri che l'esecutivo ha scritto nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza per i prossimi tre anni sono scritti sull'acqua. È scritta sull'acqua la previsione di una crescita all'1% per il prossimo anno, come confermano da settimane tutti i maggiori istituti di ricerca italiani (l'ufficio studi di Confindustria ci assegna un misero 0,5%) e da ieri anche il Fondo monetario internazionale (che prevede uno scarso 0,9%). E non è questione di sfiducia nelle misure della legge di bilancio, che secondo Padoan sarà talmente potente da stimolare un aumento del Pil di quella portata. È che quella previsione tanto rosea non regge alle prove empiriche del passato. Lo ha denunciato l'Upb, Ufficio parlamentare di bilancio: perché mai una riduzione del deficit dello 0,5% o il disinnesco delle clausole di salvaguardia Iva dovrebbero far lievitare il Prodotto interno lordo?

È scritta sull'acqua la previsione di una stabilizzazione del debito pubblico, che invece lo stesso Fmi prevede in crescita al 133,4% nel prossimo anno, e che non siamo riusciti a scalfire neanche grazie al bazooka di Draghi, grazie al quale paghiamo un rendimento sui Btp allo 0,55%, evento mai accaduto nella storia, che in un anno ci ha fatto risparmiare 10 miliardi di interessi. È scritta sull'acqua la stima di 3,5 miliardi di spending review, che continuiamo a spacciare per "taglio selettivo della spesa improduttiva", mentre finisce sempre per essere taglio semi-lineare al Fondo sanitario. E sono scritte sull'acqua anche le previsioni di aumento degli investimenti (quelli pubblici addirittura dall'1,5 al 3,4%). Forse è l'effetto-Ponte sullo Stretto, che fa già miracoli solo a parlarne? La verità è che ci stiamo giocando l'osso del collo, con noi stessi e con la Ue (l'Upb sostiene ad esempio che Bruxelles non ci concederà ulteriore flessibilità). Sappiamo ancora poco o nulla della prossima manovra, che dovrà vedere la luce entro il 15 ottobre. Ma è chiaro a tutti che in un'Europa "sotto scacco elettorale" (sono parole del premier), anche noi stiamo facendo la nostra parte, per illudere i cittadini-elettori che i soldi ci sono, e che se non ci sono ce li prenderemo lo stesso spezzando le reni alla perfida Albione, al momento non più la Gran Bretagna ma la Germania.

La legge di stabilità rischia di essere rinunciataria e poco ambiziosa. Servirebbe una vera scossa (concentrata sul cuneo fiscale) e invece rischiamo di ritrovarci la solita pioggerellina di mancette pre-elettorali, mascherate con qualche buona intenzione apparentemente egualitaria (vedi la quattordicesima sulle pensioni più basse). Renzi ha ancora una decina di giorni per rimediare. Il sentiero è sempre più stretto, ma le scorciatoie contabili o diplomatiche possono portarci in un vicolo cieco.

C'è da vincere un referendum costituzionale, e questo per il presidente del Consiglio può giustificare qualunque forzatura. Ma c'è da chiedersi qual è il prezzo da pagare. È grottesco che Brunetta gridi al "falso in bilancio", da braccio armato del Cavaliere (forse il massimo esperto della "materia") ed ex ministro nel governo berlusconiano delle cartolarizzazioni. Ma è un fatto che l'Ufficio parlamentare di bilancio non ha validato il nuovo Def perché non lo ritiene "credibile", e questo non era mai accaduto. È un altro fatto che per la prima volta dal 2014 la Spagna, senza governo da mesi e con una crescita del 3,2%, ha da ieri uno spread migliore del nostro. È ancora un ancora un altro fatto che la Banca centrale di Finlandia (come Bloomberg o Credit Suisse) ha rivisto al ribasso tutte le stime in Europa "a causa della Brexit e della situazione delle banche italiane". Ed è infine un ultimo fatto che il Financial Times, Bibbia della finanza internazionale, che giudicava Renzi "l'ultima speranza dell'Italia" nel gennaio 2015,
ieri ha scritto che le sue riforme "sono un ponte sospeso nel vuoto". Tanti indizi, che tuttavia riflettono un dubbio crescente, e convergente, sulla tenuta del Paese. Quasi a prescindere dall'esito del referendum del 4 dicembre. Tocca al premier impedire che diventino una prova.

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