L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 14 novembre 2016

Bulgaria e Moldavia - Gli euroimbecilli danno solo mieria e corruzione

Bulgaria e Moldavia, schiaffo all'Occidente: vincono i candidati filorussi
Doppia elezione sul filo della geopolitica. In Bulgaria la spunta il generale Radev, in Moldavia Igor Dodon, esponente della minoranza russa difesa da un importante contingente dell'Armata di Putin. Immediate le dimissioni del premier Borissov

di ANDREA TARQUINI
13 novembre 2016

Rumen Radev, candidato filorusso alla presidenza in Bulgaria (afp)

BERLINO - Terremoto balcanico negli equilibri tra Occidente e Russia, schiaffo orientale all’Occidente pochi giorni dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni americane. In Bulgaria il 53enne, dinamico candidato filorusso del partito socialista d’opposizione, generale Rumen Radev, ex capo dell’aeronautica militare, ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali con un confortevole 58 per cento secondo gli exit polls. Immediata reazione, cioè dimissioni, del premier di centrodestra Bojko Borissov, che sosteneva la candidata sconfitta del suo partito (Gerb) Tseska Tsaceva.

Analoga situazione in Moldavia, ex repubblica sovietica, il più povero paese del continente in assoluto, tenuto in piedi in buona parte dagli aiuti della vicina Romania membro di Ue e Alleanza atlantica, anche là al ballottaggio per l’elezione a suffragio universale diretto del capo dello Stato: Igor Dodon, candidato filorusso ed esponente della minoranza russa difesa da un importante contingente dell’Armata di Putin, secondo i primi dati vince con il 57,27 per cento contro la rivale filo-occidentale governativa e filo-romena Maia Sandu ferma al 42,75 per cento.

In entrambi i casi, la stanchezza popolare per i devastanti effetti di corruzione e miseria diffusa fa volare i due leader dichiaratamente filorussi e amici di Putin. Vittorie a distanza per il Cremlino contro l’Occidente che ha appena cambiato leader di fatto. Scosse pesanti per Ue e Nato e per l’Occidente intero. Per la prima volta dalla caduta dell’Impero sovietico nel 1989 il mondo libero, che ora ha in Donald Trump il suo dubbio futuro leader, affronta la vittoria di leader russofili nei suoi ranghi.

Nella capitale Sofia il premier e leader di Gerb, Bojko Borissov, ha già presentato le dimissioni. Non è chiaro se si arriverà a una nuova maggioranza con accordi parlamentari o piuttosto con nuove elezioni legislative. “Con la mia vittoria la democrazia ha vinto contro apatia e paura e nonostante le minacce di caos evocate dal governo, la mia vittoria è l’inizio della missione più importante della mia vita, lavorare per una Bulgaria stabile e prospera”, ha detto a caldo l’ex generale Radev acclamato dai suoi sostenitori in trionfo. Si apre dunque una crisi di governo, la prima del genere per Unione europea e Alleanza atlantica.

Igor Dodon

Sebbene il presidente bulgaro abbia incarichi rappresentativi e i poteri reali siano in mano al premier, il terremoto politico è pesante. Il voto di sfiducia popolare del governo si annuncia impossibile da ignorare. Corruzione, miseria, e anche peso delle sanzioni occidentali contro la Russia decretate dopo l’annessione della Crimea, pesano sulla vita quotidiana in Bulgaria, che storicamente ha avuto nella principale potenza slava il paese amico e protettore: da quando l’esercito zarista nel 19mo secolo accolto da salvatore dal popolo in festa liberò i bulgari dal giogo ottomano. Mentre l’enorme squadra navale della Voyenno-Morskoj Flot guidata dalla portaerei Kuznetsov si avvicina alle coste siriane, mentre si segnalano scambi di sorrisi tra Putin e Trump, l’Unione europea e la Nato affrontano un problema in più nei loro ranghi (Bulgaria) o nel caso moldavo ai loro confini, con un paese Ue e Nato (Romania) in prima linea, e truppe scelte russe già presenti da tempo in Moldavia.

Situazione complessa appunto nella piccola, poverissima Moldavia, ex repubblica sovietica a maggioranza di popolazione di lingua romena ma con una cospicua minoranza russa difesa sul terreno da forti contingenti di truppe scelte dell’Armata del Cremlino. Anche là, nella capitale Chisinau, il candidato filorusso e membro della cospicua minoranza russa, Igor Dodon, apparentemente ha vinto. Il suo primo viaggio all’estero da capo dello Stato sarà a Mosca. Dodon ha svolto la sua campagna con la proposta prioritaria di un riavvicinamento alla Russia. Maia Sandu, ex alto funzionario della Banca mondiale, ha esortato a votare per lei in nome della lotta alla corruzione, ma ha perso. Con Trump sorridente ambiguo e inesperto alla Casa Bianca, dicono fonti Nato, Putin sente odore di nuovi spazi d’espansione in Europa, nei territori occupati da Stalin e poi perduti dal 1989 dall’Impero russo-sovietico.

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