L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 novembre 2016

Donald Trump - Esiste una vera e propria mobilitazione organizzata e pagata per conquistare con la piazza spazi politici all'interno della Strategia della Paura voluta e portata avanti dalle Consorterie Guerrafondaie Statunitensi ed Ebraiche

Ribelli stupidi e borghesi

Cosa lega Pier Paolo Pasolini, il Sessantotto, George Soros e il movimento contro Donald Trump "MoveOn".

di Sebastiano Caputo - 11 novembre 2016

Sul voto industriale e rurale che in parte ha portato Donald Trump a capo della Casa Bianca abbiamo già scritto a caldo l’indomani delle elezioni statunitensi. Ora la storia va avanti e ritorna, inesorabile, con le stesse dinamiche del passato. Nelle principali metropoli nordamericane gli “under 30”, sostenuti da pseudo-intellettuali e personalità dello starsystem, sono scesi nelle strade per manifestare la loro rabbia contro The Donald. “Democratici” che contestano un voto democratico. Figli di papà che giocano a fare gli incendiari. Probabilmente se avesse vinto la Clinton, operai, allevatori e agricoltori non sarebbero mai scesi in piazza, non tanto per indifferenza, ma perché quando si lavora duramente ci si sveglia presto la mattina. Ce lo insegnò Pier Paolo Pasolini nei suoi “scritti corsari” in occasione degli scontri a Valle Giulia, quando gli studenti affrontarono a viso aperto la polizia, avviando quel movimento pseudo-rivoluzionario che è stato il Sessantotto.

“Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio
goliardico) il culo. Io no, cari.
Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete pavidi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:
prerogative piccolo-borghesi, cari.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano”.


I versi di Pier Paolo Pasolini che scatenarono l’ira degli studenti.

E meno male che gli “ignoranti” erano i sostenitori di Trump, condannati all’unanimità per non essere laureati (una buona parte di questi). Con quello che costano le università negli Stati Uniti poi anche l’educazione si è trasformata in un affare di classe. La loro colpa, secondo questi benpensanti, sarebbe quella di non potersela permettere. Paradossalmente i semi-colti, gli acculturati, i letterati, prigionieri del politicamente corretto, e di quella “cultura del piagnisteo” (Robert Hugues), appartenenti alla grande famiglia liberal sono diventati i campioni di un illiberalismo morale prima ancora che filosofico. La saggezza dei non-laureati è infinita di fronte agli slogan sbandierati dai manifestanti. Eccone alcuni raccolti qui e là dalle fotografie che li mostrano sbraitare con i cartelli: “Not my president”, non è il mio presidente; “Facciamo di nuovo amare l’America”; “Trump fa odiare l’America”; “Love Trumps hate”, l’amore vince l’odio; “Impeachment per Trump”; “Not in my name” “non in mio nome”; “Never lose hope”, “non perdere mai la speranza”; “Trump razzista”; “Trump antisemita”; “Trump molestatore”; “Black lives matter”, “le vite dei neri contano”; “Trump odia le donne”; “Trump togliti il parrucchino”.

Le proteste anti-Trump a NYC

C’è un filo conduttore che collega il pensiero di Pier Paolo Pasolini, con le moderne e sofisticate tecniche di manipolazione di massa. Tra i manifestanti c’è chi vive la contestazione in buona fede, ma c’è chi, gli idioti utili li chiamerebbe Lenin, sarebbe stato letteralmente spinto da alcuni appelli apparentemente “dal basso” per riversarsi nelle strade contro il nuovo presidente degli Stati Uniti. Accanto al sollevamento spontaneo, seppur contestabile, esisterebbe una vera e propria mobilitazione eterodiretta dall’alto attraverso un’organizzazione chiamata “MoveOn-democracy in actione che vede tra i suoi innumerevoli finanziatori il magnate George Soros. Personaggio noto per il suo giro d’affari mondiale, ma soprattutto per aver appoggiato Hillary Clinton durante questa tornata elettorale. Ancora una volta si fa leva sui più deboli e vulnerabili, in questo caso i ventenni, pura manovalanza gratuita, per conquistare spazi economici e politici che alla fine della fiera li lasceranno fuori dal campo delle decisioni. Il lascito pasoliniano andrebbe scolpito nell’immaginario di tutti: quando ci mobilitiamo per un ideale, qualunque esso sia, domandiamoci sempre per chi stiamo facendo il lavoro sporco.

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