L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 9 novembre 2016

Il Kurdistan comincia a prendere forma, i curdi un popolo in marcia con un'identità e una tradizione viva, con una progettualità di riscatto e di affermazione contro anche il tallone di ferro di Erdogan

SIRIA - 08 novembre 2016 - 10:48

Siria: a Raqqa si decide il destino dei curdi

Prendere il controllo della roccaforte jihadista permetterebbe ai curdi siriani di dare concretezza al progetto indipendentista. Più che contro lo Stato Islamico, la battaglia da vincere sarà con la Turchia



di Alfredo Mantici

Sabato 5 novembre le milizie delle SDF (Syrian Democratic Forces), coalizione militare dominata dai combattenti curdi dell’YPG (Unità di Protezione del Popolo), con il sostegno delle forze aeree americane ha lanciato l’operazione “Ira dell’Eufrate”, un’offensiva di terra e di aria mirante a conquistare la città di Raqqa, da due anni roccaforte siriana del Califfato di Abu Bakr Al Baghdadi.

I miliziani curdi, circa 30.000 uomini bene armati, hanno attaccato da nord l’ultima enclave dell’ISIS in terra siriana e dopo aver liberato alcuni villaggi si accingono adesso ad avanzare vero i sobborghi della città che, è bene ricordarlo, ospita anche il più numeroso contingente di foreign fighters in tutto lo scacchiere siro-iracheno.

L’offensiva contro Raqqa si aggiunge quindi all’attacco contro Aleppo, che vede impegnate le forze di Damasco appoggiate dai russi e dagli iraniani, e alla contestuale operazione militare lanciata due settimane fa in Iraq dalle forze speciali dell’esercito del governo di Baghdad per la riconquista di Mosul, la seconda più importante città del Paese, occupata dai jihadisti del Califfato nell’estate del 2014.

(Raqqa pochi giorno l’ingresso delle milizie di ISIS nella città, luglio 2014)
Le difficoltà della Turchia
L’azione contro Raqqa ha colto di sorpresa il governo turco, che circa dieci giorni fa aveva inviato le proprie truppe in territorio siriano per tentare di occupare posizioni strategiche e impedire che i curdi siriani – forti di un possibile successo contro ISIS -potessero guadagnare crediti a livello internazionale a sostegno delle proprie rivendicazioni indipendentiste.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva avviato a fine agosto l’operazione “Scudo sull’Eufrate” più in funzione anti-curda che per estirpare ISIS dai territori occupati in Siria e Iraq dal 2014. Non dimentichiamo che le forze armate turche sono scese in campo proprio mentre il governo di Ankara lanciava un forte stretta repressiva interna contro l’organizzazione terroristica PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e contro il partito filocurdo HDP(People’s Democratic Party), i cui rappresentanti in parlamento, privati dell’immunità da una legge speciale varata all’indomani del fallito golpe dello scorso 15 luglio, sono stati messi in prigione insieme a decine di giornalisti sgraditi all’esecutivo turco.

(Carri armati turchi entrano in territorio siriano, agosto 2016)

Come molte delle iniziative politico-militari adottate negli ultimi due anni dal presidente Erdogan sia all’interno che all’estero, anche l’operazione “Scudo sull’Eufrate” è stata finora un fallimento. Le forze corazzate turche sono riuscite nei primi giorni a conquistare alcuni villaggi siriani nella regione a nord di Aleppo, ma ne sono state ricacciate quasi subito da violenti contrattacchi del Califfato, mentre in Iraq sono state fermate dalla dura reazione del governo di Baghdad che, con il sostanziale appoggio di Washington, ha intimato ai turchi di ritirarsi denunciando il loro intervento come “una violazione della sovranità nazionale irachena”.

Ankara è stata così colta completamente di sorpresa dall’offensiva curda contro Raqqa mentre, nonostante tutti i suoi sforzi, non è riuscita finora a svolgere alcun ruolo significativo nelle altre due grandi operazioni militari che ad Aleppo e a Mosul stanno erodendo in modo forse definitivo la capacità militare dell’ISIS, che nell’ultimo mese in Siria e Iraq ha già perso il controllo di oltre il 50% del territorio conquistato nella travolgente campagna iniziata nel giugno del 2014.

Il tacito accordo Russia-USA

Certo, Aleppo, Mosul e Raqqa non sono state ancora conquistate e probabilmente per eliminare del tutto la presenza del Califfato nelle tre città strategiche occorreranno ancora settimane, se non mesi. È certo, tuttavia, che per carenza di rifornimenti e di soldati sul terreno, l’ISIS difficilmente riuscirà a bloccare le tre offensive contemporanee e a riguadagnare il terreno perduto. Russi e americani sembrano essersi, almeno tacitamente, divisi i compiti. Mentre l’aviazione di Mosca continua a bombardare i quartieri di Aleppo, i jet americani colpiscono le posizioni jihadiste di Raqqa che, pur rappresentando un obiettivo teorico anche dalle forze russo-siriane, non vengono colpite dal Cremlino e da Damasco allo scopo evidente di evitare sovrapposizioni pericolose e potenzialmente imbarazzanti.



Non è dato sapere se la Russia e gli Stati Uniti si siano accordati per lanciare l’offensiva finale contro le forze di Al Baghdadi. Sembra certo, comunque, che alla fine il Califfo si sia fatto troppi nemici contemporaneamente e che la resa dei conti finale sia vicina. Una resa dei conti che aprirà nuovo scenari nella disgraziata regione, con probabili ulteriori tensioni politiche visto che i protagonisti di questa fase decisiva della guerra contro l’ISIS, primi tra tutti i curdi, chiederanno di veder riconosciute le loro aspirazioni indipendentiste. Una prospettiva preoccupante per chi, come Erdogan, mirava a sostituire, in quello scacchiere, un Califfo con un Sultano. Cioè con se stesso.

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