L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 10 novembre 2016

Il Poliscriba - non è se ma quando prevarrà l'Identitarismo contro l'immigrazione di rimpiazzo, la realtà pretende sempre il saldo dei conti

PERCHÈ IMPORTARE L’AFRICA IN EUROPA? [Il Poliscriba]

Posted on 10 novembre 2016

Il pendolo storico delle migrazioni di massa è un’inevitabile conseguenza di fattori socio-economici, climatici, politici, bellici, demografici.
L’elenco dei motivi di tali movimenti umani non è esaustivo, è lungo ed è sufficiente andarsi a rileggere gli inutili libri di storia che prendono polvere nel nostro raggrinzito cervello farcito di inutilità pubblicitarie e gadgets tecnologici – che non fanno altro che smemorarci, scolorirci nel sottofondo assordante dei richiami esasperati alla giustizia sociale, che sempre più sta assumendo i connotati di un’ artificiale dogma innaturale dei numeri statistici – per comprenderli a fondo.

Pensare che distribuire 100 milioni di persone in più, in circa 100.000 comuni europei, al ritmo di 1 milione l’anno, per i prossimi 100 anni, sia una cosa normale, lenta, progressiva e poco invadente, fidando in un’ ottima capacità adattiva dei cittadini residenti in Europa, è una vera e propria dichiarazione di guerra.

Guerra al buonsenso, alle leggi naturali della convivenza, alla storia, all’intelligenza della specie che a mala pena, dopo i genocidi del XX° secolo, sta cercando di connettersi globalmente per ampliare certi concetti di comune vivere e sentire pacifico (per quanto l’esportazione della democrazia al fosforo bianco e all’uranio impoverito o della religione islamica a colpi di terrorismo, indichino l’opposto), altrimenti resi sterili da altri principi istintivi soltanto sopiti: principi fastidiosi ma viscerali, che attendono alla razza, al sangue, alla sopravvivenza, alla difesa del territorio, alle feroci lotte di classe, finiti nei sistemi orribili, nei tritacarne del concentrazionismo/sterminio che ha intaccato, ma non cancellato, tutte le narrazioni ideologiche e folli, da quelle politiche a quelle mistiche che, in ultima analisi, non sono così dissimili tra loro.

Se vogliamo credere che il business dessinistra, che in Italia si appropria dei migranti del Nord e Centr’Africa, possa durare all’infinito, è una stupida illazione, una cialtronata che ricadrà addosso alle stesse cooperative/ONG che se lo stanno spartendo con il beneplacito di Papa Francesco e dello sgovernicchio illegale che ci soverchia di scandali, leggi ad personam bancarie e prossima Riforma Costituzionale volta a cancellare ulteriori diritti faticosamente conquistati e a imporci un bavaglio giurisdizionale: guardiano magistrale dell’assenza rivoluzionaria dei nostri giovani con i piedi nel fango italico e gli occhi rivolti verso un paradiso estero più sognato che realizzato.

Infatti, le frontiere si stanno chiudendo e progressivamente il nostro paese rischia di diventare un enorme sacco della spazzatura, un cul de sac senza via di scampo per noi e per coloro che vorrebbero transitare dal nostro stivale per avere il giusto calcio nel didietro e poter godere di una “dignitosa” vita nel cuore bradicardico di quest’Europa a pezzi, prossimo all’infarto franco-tedesco che l’ascesa delle estreme destre accelererà, come ovvio che sia.

Anche lo slittamento a destra, che tanto scandalizza i nostri radical chic, è una reazione sociale commisurata all’immigrazione senza freno, uno scatto di orgoglio addominale, un cortocircuito irrazionale che asseconda lo scontro e tappa la bocca al dialogo che non può raddrizzare una condizione umana nazionale precaria per il 60% dei suoi abitanti.

I nostri poveri assoluti o relativi, i tartassati dall’esiziale sistema fiscale basato sulle sanzioni, i disoccupati di medio e lungo termine, etc… non possono e non vogliono confrontarsi con gli stranieri o perdere pezzi di welfare incondivisibile – lavoro, pensione, sanità, casa, scuola, reddito di cittadinanza presunto – che, in fondo, rappresenta il paniere delle medesime richieste che i migranti non hanno ottenuto dai governi del terrore o dell’orrore da cui fuggono, richieste che “nell’opulento Occidente” il liberismo economico ha già ampliamente ridefinito e ancora vuole ulteriormente ridimensionare fino all’annientamento.

Sia che si ponga freno ai flussi migratori, sia che si soffochi la ribellione interna di chi non ci sta a farsi da parte per essere sostituito da stranieri – che, per quanto appartenenti al genere umano e difesi dai Diritti Universali dell’Uomo, non vengono riconosciuti fratelli ma usurpatori – non si farà altro che spingere l’arrugginita macchina della rappresentanza elettorale verso l’astensionismo o in direzione dell’ascesa di movimenti sempre più radicalizzati, identitari, orientati alla protezione del proprio status quo, economico, culturale, etnico o di minoranza ecc. (anche le ultime elezioni in Russia parlano chiaro)

E a nulla varrà evitare le urne (in spregio alla democrazia rappresentativa), come si sta facendo in Italia da un lustro o ammansire il popolo adducendo alla storia della migrazione degli italiani nel mondo che, a conti fatti e storicamente contestualizzata, si è distribuita su una geografia molto più vasta e con numeri demografici mondiali decisamente più contenuti.

Se dobbiamo proprio rifarci a un parallelo storico simile a questa immigrazione africana in Europa, potremmo ravvisarla nella tratta degli schiavi che ha costruito le basi socio-economiche del Nuovo Mondo, un accostamento comunque infelice, considerato che, negli odierni USA, è ancora fonte di discriminazione e di una escalation di violenza sociale come non la si vedeva dagli anni ‘50 del secolo scorso, con la differenza che, oggi, il presidente degli Stati Uniti è un afroamericano.(ancora per poco)

Non è un se, ma quando avverrà l’esondazione?
Quando le dighe “liberaldemocratiche” cederanno?
Quando i muri tra Stati infrangeranno le illusioni pacifiste, erigendosi a difesa della paura di essere sottomessi da uno tsunami di barbari affamati o profittatori delle nostre debolezze?

Certamente la Brexit – se dovesse presentarsi come una soluzione nel medio termine, e l’abolizione de facto del trattato di Schenghen da parte del governo inglese di questi giorni sta dando ragione all’isolazionismo nel quale il Regno Unito si appresta a sprofondare, mutando radicalmente il suo atteggiamento notoriamente di apertura nei confronti dell’immigrazione – sarà un esempio da seguire, una via da percorrere per altre nazioni UE che, sia all’interno, sia all’esterno, non sono in grado di mantenere unità di scopi e intenti socio-politici.(Ucraina)

L’implosione della UE sarà certamente un innesco per l’esplosione di governi molto più refrattari all’immigrazione afro-mediorientale e a quella interna all’Unione (il referendum svizzero contro i frontalieri italiani ne è un chiaro esempio) e per l’emergere di figure politiche più autoritarie, maggiormente apprezzate, sia dal popolo degli scontenti, che oggi ha scelto di non votare, sia da coloro che non hanno mai accettato una guida politicamente corretta, buonista fino all’estreme conseguenze di proteggere gli immigrati che non rispettano le leggi, contro ogni evidenza, anche quando mettono a repentaglio l’esistenza, la pazienza, la tolleranza delle nazioni ospitanti.

Per molti migranti africani si è trattato di passare dalle capanne a internet senza una corretta mediazione culturale che qui da noi è stato un processo lungo, sofferto, un progetto che presenta ancora, per quanto attiene all’Unione Europea, e alle stesse compagini governative di chi aderisce o vuole aderire all’Unione, grandi lacune, problematiche che rischiano di farlo saltare e, inevitabilmente, lo rendono fragile nei confronti di uno spostamento di masse umane come quello che si protrarrà per tutto il XXI° secolo e di cui oggi non siamo in grado di prevedere l’evoluzione.

Quel che è certo, è che importare l’Africa in Europa a queste condizioni, in questo modo indiscutibilmente deregolamentato o mal regolato, sta sgualcendo i rapporti tra gli aderenti all’UE, e rallenta l’eventuale ingresso di altre nazioni, meno propense ad accettare il diktat franco-tedesco di un’inclusione prestabilita a Bruxelles, a spese delle periferie mediterranee più che del centro: anche se l’aspetto drammatico del terrorismo è l’elemento destabilizzante che raffredda l’entusiasmo multietnico e policulturale di quanti prevedevano, come certa, un’Europa crogiuolo delle differenze, Terra Promessa dei diseredati, esempio planetario di accoglienza e democrazia.

Tutto da rivedere, tutto da rifare.

Se non ha funzionato l’esportazione della democrazia, quale accettazione del Mercato Libero, unico dio davanti al quale prostrarsi in imbecille adorazione consumistica, di certo non può funzionare l’importazione di massa di nuovi schiavi per il capitalismo ultraliberista che auspica e vede nell’immissione coatta e non, di grandi masse di potenziali lavoratori (futuri assistiti socialmente causa disoccupazione a due cifre?), una drastica riduzione del costo per manodopera nei suoi comparti produttivi e distributivi.

Importare l’Africa in Europa, checchè se ne dica, è anche un modo del tutto antropologico di abbassare l’età media dei popoli, per diretto antagonismo demografico, per effetto di una riduzione della qualità della vita di chi, come gli europei di oggi, non è abituato più alle condizioni infami degli immigrati che approdano disperati sulle coste della speranza, condizioni che nel secondo dopoguerra ancora imperversavano da Londra a Palermo, da Lisbona a Mosca e delle quali i nostri nonni ci hanno raccontato con dovizia di raccapriccianti ma educativi particolari.

Tutto alla luce del sole, nessun retroscena, dietrologia o complotto.
Che noia, vero?
L’errore è che si è pensato o ancora si sta pensando che, nuova linfa umana, o disumana – a seconda della bandiera sotto la quale ci si paluda per guardala in tralice o con occhi misericordiosi – condotta al sistema Europa, potesse essere un materasso, mentre si sta rivelando un pavimento di cemento nero e duro.

Si tratta di attutire la caduta di un impero dei sensi, di chiudere il sipario su una società dello spettacolo che, dopo l’ubriacatura del benessere per tutti e a tutti i costi, si sta finalmente confrontando con la vita reale, non con un artificio informatico o un videogame dal cybertitolo: “ WarsWildWeb”.

Prima di sbattere la faccia, ci sarà ancora tempo per un ultimo selfie?

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