L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 15 novembre 2016

La crisi economica dell'Europa è dettato anche dall'austerità imposta dagli euroimbecilli

La miopia di Bruxelles
attacca Trump


di Daniele Lazzeri (*)
15 novembre 2016



Ci sono molti modi di intendere le relazioni diplomatiche tra le due sponde dell’Atlantico. Di certo, quella scelta dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk nella lettera inviata la settimana scorsa al neo eletto presidente degli Usa Donald Trump non rappresenta quella migliore.

Nel clima di generale sorpresa dei media “mainstream” e di molti osservatori - fallimentari nella loro missione di interpretare quanto stava accadendo negli Stati Uniti - si pone il problema di come misurarsi con il futuro inquilino della Casa Bianca, tentando di comprendere le prime mosse di politica economica e nello scacchiere internazionale che guideranno la nuova amministrazione americana. Ma in pochi si sono interrogati sulla possibilità che il ciclone Trump possa dare al contrario una boccata d’ossigeno anche alla stagnante economia europea. E ciò non per i tradizionali e consolidati rapporti economici delle imprese italiane con Washington, quanto per la possibile distensione nelle relazioni con la Russia di Vladimir Putin, così come preannunciato durante tutta la campagna elettorale di “The Donald”.

È noto infatti che l’economia del Vecchio Continente - e quella italiana in particolare - abbia subìto nel corso di questi ultimi anni gli effetti delle sanzioni commerciali imposte a Mosca in seguito all’annessione della Crimea da parte della Russia ed al trascinarsi della preoccupante ed irrisolta situazione nelle regioni orientali dell’Ucraina. Ma ancor più pesanti sono state le conseguenze per le aziende nazionali delle contro-sanzioni comminate da Putin ad Usa ed Europa in particolare per i prodotti agroalimentari ed industriali. Un duro colpo all’export delle produzioni agricole e di macchinari, che ha comprensibilmente destato molte preoccupazioni tra gli operatori di questi settori.

Da gennaio, con l’insediamento alla Casa Bianca di Trump, molte cose potrebbero cambiare. In particolare grazie ad un rinnovato approccio in politica estera preannunciato a più riprese dal tycoon americano. Dal progressivo ritiro delle truppe statunitensi dai teatri di guerra in Medio Oriente alla ridefinizione dell’inefficiente e costosa Alleanza atlantica con la richiesta di un maggior impegno di spesa nel comparto della Difesa da parte degli altri membri della Nato, fino al rinnovato clima di distensione con Mosca.

Dello stesso avviso è anche il noto politologo americano Edward Luttwak, che in tempi non sospetti aveva preannunciato il probabile successo del candidato repubblicano. In un’intervista a tutto campo rilasciata in esclusiva al “Nodo di Gordio” subito dopo la vittoria di Donald Trump, Luttwak sostiene che l’arrivo alla Casa Bianca del magnate americano segnerà un passaggio epocale nei rapporti tra Washington e Mosca. “Farà un accordo con Vladimir Putin e inizierà un processo di progressiva deregolamentazione dopo gli anni della presidenza Obama. L’Europa - prosegue Luttwak - continua invece a fare regole di ogni tipo. L’Europa dei burocrati di Bruxelles che emettono cinquecento nuove norme al giorno non va d’accordo col nuovo Governo americano. Trump riporterà la vittoria della libertà nella vita americana. Trump vuole deregolamentare, mentre se l’Europa continua a voler imporre norme su tutto fino a decidere la forma di ogni formaggio, allora non andremo d’accordo. Insomma, l’Europa di Mario Monti non interessa proprio a Trump”.

Con queste premesse, invece di rafforzare i rapporti con Washington per far ripartire l’export verso oriente, Cina compresa, e rilanciare il sogno di un’Unione europea forte e coesa ma dialogante, la tecnocrazia europea si è scagliata contro il nuovo presidente americano, dimostrando miopia politica e incapacità nelle relazioni economiche e commerciali. Un brutto segnale che dimostra per l’ennesima volta la crescente irrilevanza dell’Europa.

(*) Chairman del think tank “Il Nodo di Gordio

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