L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 10 novembre 2016

La foglia di fico dei politicamente corretti, con Trump è caduta e avanza sovrano il comportamento scorretto che poi non è altro che autodifesa dei ceti più deboli e dei nuovi emarginati da un sistema politico-sociale-economico che pensa solo a fare soldi e non lavora per la Piena Occupazione Dignitosa

RIVOLUZIONE AMERICA. IL RITORNO DEL “POLITICAMENTE SCORRETTO” PORTA L’OCCIDENTE AD UN BIVIO

(di Giampiero Venturi)
09/11/16 
Ha vinto Trump. Tempo fa, su questa stessa rubrica avevamo immaginato il contrario. Non per mancanza di fiducia nelle risorse di un personaggio a dir poco eccentrico, ma per eccesso di stima del potere costituito, che tra Wall Street e corridoi grigi di Washington, immaginavamo blindato.
Sia chiaro: nessuno ha l’ingenuità di ritenere Trump del tutto esterno al “sistema”, ma con buona umiltà va accettata l’idea che sia il simbolo di una rottura. Nonostante qualcuno dirà “era tutto previsto” o “fa parte di un piano stabilito”, abbiamo l’impudenza di sostenere il contrario: “ha vinto Trump e nessuno se lo aspettava”.
L’America in fondo è questo: un Paese “nuovo” con la Costituzione più antica del mondo, che seppur sempre uguale a se stesso è stato spesso capace di cambiamenti e conversioni a 180°. Se nel 2008 l’elezione di un Presidente nero strappava lacrime e applausi ad un Occidente assetato di bontà collettiva, ora il vento cambia e apre orizzonti a cui il sistema liberaldemocratico occidentale a guida USA, forse non è nemmeno pronto.
Al di là delle questioni di politica interna esposte in futuro al solo giudizio degli americani, la rivoluzione scaturita con l’election day dell’8 novembre è traumatica perché riporta alla guida dell’Occidente un modus operandi che in molti davano per sepolto.  La vittoria di Trump rappresenta la fine del politically correct, schema di pensiero e azione che in un ponte ideale tra USA ed Europa ha forgiato i comportamenti sociali e le coordinate politiche di tutti i Paesi considerati occidentali per cultura e tradizione.
Il concetto è tanto più valido quanto più consideriamo l’incontestabilità del trionfo di Trump, non avvenuto sul filo di lana come per Bush nel 2000, ma in modo clamoroso proprio in alcune delle roccaforti democratiche dove si dava per sconfitto.
Entrare nel merito del voto americano lascia il tempo che trova. Ci limitiamo a isolare uno spunto di riflessione per il mondo liberal, che dalla distribuzione delle preferenze risulta definitivamente confinato nelle fasce alte d’istruzione e reddito: nonostante fino a stanotte giornalisti di sistema continuassero a dipingere l’elettorato di Trump composto da ricchi, anziani e chirurgicamente ritoccati, il voto ci dice che interi bacini industriali e rurali dell’America profonda siano ormai lontani da ciò che la Clinton e i suoi rappresentano.
Paradossalmente però l’aspetto più interessante delle elezioni USA 2016 non è come cambia e cambierà l’America. Anche se i rapporti con la finanza e le lobbies di Washington saranno tutti da leggere nei prossimi quattro anni, quel che più conta è il riflesso che il nuovo passo americano avrà sul resto del mondo.
Come già avvenuto per Obama, il mondo “benpensante” occidentale si era schierato spudoratamente con la Clinton; curiosamente più in Europa che negli stessi USA. Ora è probabile che arrivi una resa dei conti. Senza più il grande fratello DEM, cosa succederà alle socialdemocrazie (vere o presunte) atlantiste del Vecchio Continente? l’onda rosa che ha travolto il Primo Mondo ormai da un decennio, monterà ancora?
È prevedibile che le conseguenze sulla filiera liberal che monopolizza i poteri costituiti in Europa saranno devastanti. Il presidente del Parlamento europeo Schulz, nella prima dichiarazione successiva all’elezione di Trump, ha già messo in guardia sul prossimo gelo che calerà tra Europa e USA. Probabile che sia proprio l’Europa che Schulz rappresenta a riceverne i danni maggiori…
Se l’elezione di Trump comporterà un effetto domino su molti governi occidentali, è presto per dirlo. Con ogni certezza costringerà a grattare parte di quella patina di pensiero universale calata per default sugli intelletti di molti, grazie ad una formattazione culturale univoca, costante, a tratti rivoltante.
Non è escluso che Trump sarà un presidente mediocre, questo c'è da dirlo subito. Sicuramente però la sua elezione comporterà sussulti e riequlibri. A prescindere dagli orientamenti di ognuno, in un mondo dove molte cose devono cambiare, questo non può essere che bene. Soprattutto nelle relazioni internazionali e nel ruolo ricoperto dagli USA su scala globale, ci aspettiamo un terremoto. Brexit, incensata con coraggio proprio dal neo presidente, è stato un primo passo. Tutto può succedere: la vera grande lezione di oggi è questa e il resto del mondo attende.
(foto: web)

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