L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 16 novembre 2016

L'Europa e gli euroimbecilli arrivati al capolinea, un modello culturale, sociale economico fallimentare

BULGARIA E MOLDAVIA, IL NUOVO EUROSCETTICISMO VIENE DA EST. L’UNIONE EUROPEA È AL CAPOLINEA?

(di Giampiero Venturi)
15/11/16 

Dopo il terremoto Trump, si abbattono sull’Unione Europea due altre micro calamità: in Bulgaria vince le presidenziali l’ex generale Radev, favorevole ad uno “ritorno ad Est” di Sofia; in Moldavia, vince le presidenziali Dodon, euroscettico fautore di un raffreddamento dei rapporti con Bruxelles.
Due casi apparentati per tempismo e geografia, ma in realtà inerenti a realtà molto diverse.
La Bulgaria, insieme alla Romania, è entrata nell’Unione nel 2007 col penultimo allargamento. Pur con un discreto slancio europeista, incoraggiato più che altro dal fascino dei fondi strutturali di Bruxelles, il Paese è rimasto legato al suo passato, permeato da un alone culturale russo vistoso. Per capirlo è più utile arrivare davanti alla basilica Alexsandr Nevskij in un giorno di neve a Sofia, che fare ricorso ad analisi storiche. È una questione di pelle, d’impatto. 
All'interno dell’Unione è l'unico Paese a usare l’alfabeto cirillico e l’unico slavo a maggioranza ortodossa. Nemmeno l’ingresso nella NATO del 2004, pur archiviando il legame politico militare con Mosca, è riuscito a grattare dall’immaginario collettivo l’idea che Sofia sia una città a trazione orientale. In altri termini, nell’euforia unionista di questo scorcio di secolo, i solchi profondi delle radici culturali non sono stati dimenticati e il cuore della Bulgaria ha continuato a battere nella stessa direzione.
Vista così, la vittoria del generale Radev sulle élite europeiste sempre meno popolari, potrebbe anche starci.
Per la Moldavia le cose sono apparentemente diverse. Poverissima repubblica ex sovietica, non fa parte dell’Unione, ma gode di un accordo commerciale con Bruxelles che dal 2014 l’ha messa su un piano di cooperazione effettiva con l’Occidente. Nel tiro alla fune che la vede da sempre in bilico tra una matrice romanza e un accostamento alla Russia, negli ultimi anni sembrava orientata ad una vocazione europeista.
In fondo, a differenza dei bulgari, i moldavi sono di cultura rumena (le bandiere insegnano molte cose…) e quindi di origine latina. 50 anni di dominio sovietico diretto e una discreta presenza russa (il 10 % della popolazione) soprattutto in ruoli sociali qualificati, non hanno mai cancellato la vocazione occidentale di Chisinau. L’esistenza sul Dnestr di un confine storico rigido non ha impedito alla Moldavia di sognare un’evoluzione e un ritorno definitivo nell’“Europa dei ricchi”: non lo ha impedito l’ombra della Transnistria che sorge a est del grande fiume con tutti i retaggi dell’influenza russa; non lo ha impedito una povertà endemica che ne fa il Paese messo peggio d’Europa.
Cosa è successo allora?
Molto semplice. Le elezioni in Bulgaria e Moldavia, pur relative a realtà molto diverse, convergono su un punto: l’Unione Europea non è più il Bengodi ambito da tutti.
Lo spunto di riflessione a questo punto è nevralgico: finché l’euroscetticismo veniva da realtà ricche e consolidate, tutto poteva rientrare nello schema isterico di un malcontento locale. Parliamo della Svezia, dell’Austria, dell’Olanda, della Danimarca… realtà demograficamente minori, ma portavoce di un'Europa già prospera non più disposta a pagare per gli altri.
Il dato interessante è che ormai il distacco da Bruxelles viene caldeggiato con forza proprio dai Paesi più poveri, che non sembrano essere più attirati nemmeno dalle sirene dei fondi europei, fondamentali per economie disastrate come ad esempio quelle di Romania e Bulgaria fino al 2007.
Facciamo un esempio numerico: nel 2015 l’Unione Europea ha investito in Bulgaria 2,8 miliardi di euro; Sofia, nello stesso anno, ha contribuito alle casse di Bruxelles con soli 400 milioni di euro.
Perché allora l’Europa non piace più?
Alcuni analisti insistono con imbarazzante cecità nel considerare l’Europa sotto costante assedio. Dietro i default elettorali che si susseguono da un Paese all’altro ci sarebbe l’ombra della macchinazione del cattivo di turno, pronto a destabilizzare un’oasi di libertà e ricchezza. Nemmeno a dirlo, il dito viene puntato sulla Russia di Putin, ritenuto deus ex machina di ogni cambiamento ostile a Bruxelles.
La realtà probabilmente è diversa. I nuovi equilibri politici e geopolitici che stanno nascendo in Europa sono il frutto di un fallimento endemico, che con le pressioni esterne ha poco a che fare. Il sistema socio-economico inaugurato a metà anni ’90 e concretizzato con la moneta unica a inizio millennio si è di fatto involuto. Gli Stati membri che con modelli e risultati diversi garantivano uno sviluppo armonico alle relative comunità, sono stati sostituiti col nulla. L’Unione Europea non ha saputo mettere in piedi negli ultimi 15 anni un modello politico alternativo a quello delle nazioni sovrane, lasciando sospese le garanzie su terreni fondamentali come il lavoro, la casa, la sanità, l’istruzione, la sicurezza.
Come si è tradotto tutto ciò a livello locale?
Nei Paesi più virtuosi si è sviluppata la percezione del “dare più di quanto si riceva”; in quelli più poveri, ha preso piede l’idea che le certezze offerte da modelli sociali consolidati non ci siano più. Per dirla tutta: di questo modello sovranazionale sono scontenti gli austriaci esattamente come i greci.
Non è un caso che l’Italia di oggi nei sondaggi appaia più insicura sul proprio futuro di quanto non fosse 20 anni fa. Come per l’Italia la percezione diventa ancora più evidente nei Paesi abituati ad un’economia di Stato, dove finita l’ebbrezza per una ricchezza facile, oggi i diktat di Bruxelles vengono ricevuti come fastidi, lontani dai minimi garantiti e dalle esigenze delle comunità locali.
Considerare l’euroscetticismo ormai dilagante come l’eco di populismi egoistici e isterici, a questo punto è una prova di ottusità; un probabile boomerang che continuerà a colpire quel che resta delle istituzioni europee.
Un’Europa senza identità storica, sociale e politica ha mostrato a se stessa di non avere futuro. Con essa tramonta inesorabilmente l’orizzonte di una società globale che trascura i piccoli, le diversità, le comunità. Con essa s’incrina forse anche il mito del mondialismo e di una società interconnessa a forza con un modello unico imposto.
Bulgaria e Moldavia si accodano alla lista di quelli a cui non piace questo modello di Unione; Brexit ci ha detto che se ne può uscire. Probabile che saranno le nuove voci che arrivano da oltre oceano a dirci cosa sarà del Vecchio Continente. In fondo è proprio questa la debolezza più grande.
(foto: web)

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