L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 14 novembre 2016

Libia - Sirte - mentre da maggio 2016 il Circo Mediatico sfarfallava, ora è in silenzio meditativo, la Russia, l'Egitto sostengono apertamente il legittimo governo di Tobruk attraverso il sostegno ad Haftar

LIBIA - 11 novembre 2016 - 15:00

Libia, Sirte: la battaglia infinita contro lo Stato Islamico

Da settimane poche decine di jihadisti tengono in scacco le milizie di Misurata appoggiate dall’ONU. Gli USA annunciano nuovi bombardamenti aerei, ma non è questa la strategia per venire a capo della crisi libica



di Rocco Bellantone

In Libia poche decine di miliziani dello Stato Islamico continuano a resistere a Sirte. Nella roccaforte jihadista gli irriducibili al servizio del Califfo Abu Bakr Al Baghdadi da settimane sono rintanati nel quartiere di Ghiza Bahriya. Mercoledì 9 novembre i combattenti di Misurata, la milizia a capo dell’operazione militare “Al-Bunyan Al-Marsous” lanciata nel maggio scorso dalle forze fedeli al premier del Governo di Accordo Nazionale Fayez Serraj, hanno annunciato tramite i loro canali social di aver guadagnato ulteriore terreno e di aver ucciso cinque cecchini appostati sul tetto di un palazzo.

Ma l’avanzata dei tank tra gli edifici sventrati dai bombardamenti aerei, e i rastrellamenti casa per casa, procedono lentamente. Secondo gli esperti militari americani che monitorano da una base allestita alle porte di Sirte l’andamento delle operazioni, i miliziani jihadisti sarebbero ormai rifugiati in un’area delle dimensioni di un campo di calcio. Stanarli e ucciderli si sta rivelando però molto più complicato del previsto. Un attacco frontale metterebbe infatti a repentaglio la vita dei civili presi in ostaggio dagli uomini del Califfato, che potrebbero usarli come scudi umani o come esche per tendere nuove imboscate. Negli ultimi giorni diversi prigionieri sarebbero stati uccisi per aver tentato di fuggire di Ghiza Bahriya. Inoltre, così come già fatto nelle battaglie a difesa dei propri bastioni in Siria e Iraq, lo Stato Islamico avrebbe armato bambini per schierarli contro il nemico e dotato di cinture esplosive i suoi miliziani feriti per mandarli al martirio.

Perché ISIS resiste a Sirte

Iniziata il 12 maggio scorso, l’operazione “Al-Bunyan Al-Marsous” ha finora deluso le aspettative di quanti speravano in una battaglia lampo a Sirte. I morti invece sono stati oltre 660 e i feriti circa 3mila contro le circa 2mila vittime tra i jihadisti. A influire sul rallentamento dell’offensiva non sono però solo i civili presi in ostaggio. I combattenti di Misurata sono infatti male organizzati e mal pagati, e alla luce di quanto avvenuto a Tripoli nelle scorse settimane, dove è tuttora in corso una lotta per il potere tra Serraj e il premier del deposto Governo di Salvezza Nazionale Khalifa Ghwell, i comandanti starebbero prendendo tempo in attesa di capire a chi dovranno rispondere una volta liberata la città. Verranno ripagati per gli sforzi compiuti, o finiranno per scontrarsi con l’Esercito Nazionale Libico (LNA) Khalifa Haftar? È una domanda che tutti, e non solo loro, si pongono in Libia.

(Sirte, 10 novembre 2016: l’interno di un edificio liberato da ISIS)

Le ultime risposte arrivate dagli Stati Uniti, dove si dovrà attendere la fine di gennaio per l’insediamento del nuovo presidente Donald Trump, non servono a sciogliere questi dubbi. Il 9 novembre, i vertici della missione AFRICOM (United States Africa Command) hanno infatti annunciato la ripresa dei raid aerei su Sirte. Finora in totale i blitz compiuti sono stati 368. I prossimi a decollare potrebbero essere velivoli senza pilota Reaper dalla base italiana di Sigonella, ed elicotteri Super Cobra dalla nave da assalto anfibio USS San Antonio.

“Se ulteriori raid saranno necessari – ha affermato il portavoce del PentagonoPeter Cook – siamo pronti a lanciarli”. Ma obiettivamente è difficile spiegare come questa tattica possa coniugarsi con l’auspicio di non procurare altre vittime tra i civili intrappolati a Sirte. A esprimere molto meglio il senso di questa battaglia è piuttosto Rida Issa, portavoce delle milizie che sostengono Serraj. “Questa non è una battaglia facile perché stiamo combattendo contro un’ideologia radicale secondo la quale la morte è un’aspirazione. Un nemico come questo può essere eliminato definitivamente solo quando tutti i suoi combattenti saranno uccisi. E questo è quello che stiamo facendo. Di sicuro, questa battaglia è andata avanti troppo a lungo, ma questa è la guerra, non una partita di calcio”.

L’accordo tra Mosca e Haftar

All’ombra della battaglia di Sirte, continuano le manovre di quelle potenze straniere che a differenza di Nazioni Unite, Stati Uniti e Unione Europea (Italia compresa) hanno deciso di puntare su Khalifa Haftar. Al centro del fronte a sostegno del generale della Cirenaica si è ormai posizionata stabilmente la Russia che da un anno, con la mediazione del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, ha intensificato i contatti con il governo di Tobruk del premier Abdullah Al Thinni e con i vertici dell’LNA.

Dalle trattative il Cremlino è passato ai fatti lo scorso 8 novembre firmando con l’esecutivo di Tobruk accordi del valore di 4,4 miliardi di dollari, alcuni dei quali firmati prima della caduta di Gheddafi nel 2011, per la manutenzione di aerei e navi militari di fabbricazione russa in possesso dell’LNA.

(Il generale Khalifa Haftar)

Non potendo fornire direttamente armi ad Haftar, poiché sulla Libia è in vigore un embargo imposto dalle Nazioni Unite, Mosca si limiterà per il momento a rimettere in sesto quelle d’epoca sovietica che sono già in dotazione delle forze armate libiche. Ma la presenza da giorni di decine di consiglieri militari russi nelle basi dell’LNA nella parte orientale del Paese, dimostra che il piano del Cremlino è ben più ambizioso e mira a un consolidamento della sua posizione nello scacchiere nordafricano. Un’area dall’altissimo valore strategico, e non solo per la lotta a ISIS, in cui il peso dell’Occidente – Francia esclusa – è sempre meno rilevante.

Nessun commento:

Posta un commento