L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 19 novembre 2016

Monte dei Paschi di Siena - Mattarella, forse, difende i risparmi costituzionalmente garantiti da quel cialtrone di Renzi

Sul Montepaschi cala il gelo tra Mattarella e Renzi
Prima le bugie sulle dimissioni di Viola. Ora l'aumento di capitale con "ricatto". La gestione del premier fa infuriare anche Mattarella. Parola di Occhio di lince.

di Occhio di lince
18 Novembre 2016


Matteo Renzi e Sergio Mattarella.

In queste ore concitate, il vostro Occhio di lince si è infilato al Quirinale per controllare se sono vere le voci secondo cui Sergio Mattarella sarebbe arrabbiato – naturalmente a modo suo, con quella calma olimpica che sempre lo contraddistingue – con Matteo Renzi.
E ha scoperto che sì, il presidente della Repubblica non nasconde un notevole disappunto nei confronti del premier.
Ma non, o non solo, per le ragioni che si potrebbero facilmente immaginare: le frizioni con l’Europa, la bullonaggine nella campagna referendaria, il goffo tentativo di recupero su Donald Trump dopo il clamoroso sbilanciamento pro Hillary Clinton e le sbruffonate con Barack Obama.
No, è arrabbiato soprattutto per il Montepaschi. E non da oggi.

LA BUGIA DI RENZI. A suo tempo, infatti, quando a Siena era stato fatto fuori in malo modo Fabrizio Viola, Renzi aveva detto una bugia a Mattarella, incolpando di quella scelta il povero ministro Pier Carlo Padoan, il cui torto era stato semmai quella di aver agito – con le ormai famose telefonate – in nome e per conto del premier.
Naturalmente Mattarella non se l’era bevuta, ma come gli impongono il carattere, la sicilianità e il ruolo, non aveva replicato, anche a costo di indurre il suo interlocutore a pensare di averlo infinocchiato.
Ma se l’era legata al dito.
Fino all’altra mattina, quando sull’Ansa ha letto le comunicazioni choc del nuovo vertice della banca senese.

AUMENTO CON RICATTO. Un vero e proprio ricatto nei confronti dei tanti risparmiatori che possiedono le obbligazioni subordinate Mps.
Ai quali da un lato si è detto che possono liberamente scegliere se aderire alla proposta di conversione dei bond in azioni, ma dall’altro si è specificato che se le banche del consorzio di garanzia dell’aumento di capitale da 5 miliardi riterranno – a loro insindacabile giudizio e senza aver fornito preventivamente alcun parametro di valutazione – che la quantità di obbligazioni convertite non sarà sufficiente, “verosimilmente” l’aumento stesso dovrà ritenersi fallito.
E quindi scatterà la trappola del bail-in.
Che a sua volta avrà come conseguenza la conversione obbligatoria in azioni, peraltro azzerate di valore.
Una mazzata a decine di migliaia di risparmiatori

(© Ansa) Palazzo Salimbeni, sede di Mps a Siena.

Ora, a Mattarella non è sfuggito ciò che alcuni giornali (i cosiddetti giornaloni) fanno finta di non vedere o comunque non commentano, e cioé la tremenda mazzata che così viene appioppata a decine di migliaia di italiani incolpevoli.
E ha ripensato al fatto che Renzi, ascoltando i suggerimenti che gli erano venuti dai capofila del consorzio di garanzia, e segnatamente da Jp Morgan, aveva, per il tramite di Padoan, fatto sapere a Viola – la cui defenestrazione ha poi indotto alle dimissioni anche il presidente Massimo Tononi – che “il mercato” (sic) richiedeva una discontinuità manageriale per potersi convincere a sostenere la ricapitalizzazione della banca.

LA LONGA MANUS DI GRILLI. Ma come, deve aver pensato Mattarella leggendo i sempre puntuali articoli di Giorgio Meletti sul Fatto Quotidiano, questi cacciano il management che aveva salvato Mps dal fallimento per fare un favore a Jp Morgan e poi un mese dopo si ritrovano, in piena campagna referendaria, i manager nuovi che dicono ai risparmiatori che o convertono “spontaneamente” le loro obbligazioni o la banca fallisce?
Non so, ma me ne sto accertando, se a questo punto Mattarella abbia detto, o abbia intenzione di dire, una parolina nell’orecchio di Renzi.
Quel che è certo è che il premier ha già capito per conto suo di aver fatto una fesseria grande come una casa a dar retta a chi – l’ex ministro Vittorio Grilli in primis – gli aveva suggerito di far rotolare, seppur per mano altrui, la testa di Viola.

LA MOLTIPLICAZIONE DEI 'NO'. Il vostro Occhio di lince si è infatti intrufolato anche a Palazzo Chigi e ha potuto vedere di persona quanto girassero vorticosamente le scatole a Renzi.
Il quale si è reso conto che far partire l’operazione di conversione finto volontaria entro fine novembre, come improvvidamente i senesi hanno chiesto alla Consob, significa far sì che nell’ultima decisiva settimana di campagna per il referendum ci siano i riflettori accessi su questa maledetta vicenda.
Che rischia di diventare motivo di moltiplicazione dei 'No'.
Specie dopo che il premier aveva giurato che nessun risparmiatore avrebbe mai perso un euro per colpa delle banche.

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