L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 7 novembre 2016

Referendum - Il riposizionamento è iniziato, la nave affonda e i topi scappano

L’INTERVISTA

Oscar Farinetti: «Renzi ammetta i suoi dubbi e le sue paure, bisogna tornare a essere simpatici»

Farinetti, il patron di Eataly: «Da imprenditore, ho una paura immensa di perdere il referendum e buttare via due anni di lavoro. Bisogna dire “Noi stiamo provando a cambiare le cose” senza timore di far vedere agli italiani che siamo esseri imperfetti»

di Monica Guerzoni, inviata a Firenze



«Matteo? Dovrebbe essere più se stesso».

Più se stesso di così, Oscar Farinetti? 
«Sì, dovrebbe ammettere di avere dei dubbi e riconoscere pubblicamente le sue paure».

La paura di perdere il referendum e quindi il governo? 
«Sì — è il consiglio del patron di Eataly —. Io, da imprenditore, ho una paura immensa di perdere il 4 dicembre e buttare via due anni di lavoro. L’ho detto a Matteo, dobbiamo tornare a essere simpatici. Per vincere è fondamentale».

Renzi è antipatico? 
«È stato provato che, dopo due anni a Palazzo Chigi, si tende a diventarlo. Le persone che ci stanno simpatiche sono quelle che rivelano i propri sentimenti e quindi penso che il leader del Pd dovrebbe metterci molta più leggerezza».

Come dovrebbe cambiare la campagna del premier? 
«Ci vogliono simpatia e argomenti vincenti. Bisogna dire “Noi stiamo provando a cambiare le cose”, senza timore di far vedere agli italiani che siamo esseri imperfetti».

La nuova visibilità della moglie Agnese rientra nell’operazione simpatia? 
«Non sono iscritto al Pd, non frequento l’entourage e non commento gli effetti speciali. Ma da amico personale posso dire che il rapporto con la moglie è amore vero. Matteo e Agnese hanno una famiglia stupenda e nel farsi vedere assieme non c’è niente di plateale, è tutto molto naturale».

Come interpreta la scelta di Renzi di cedere il microfono della Leopolda al «bello» del Pd Matteo Richetti? 
«Sono un grande ammiratore di Richetti. Servono voci interne diverse, anche critiche. Sono così contento di Cuperlo, mi piace da pazzi... E sarei arcicontento di riportare dentro anche Bersani».

Il leader dovrebbe essere più simpatico anche con la minoranza? Il Pd è sull’orlo della scissione. 
«Io gli consiglio di non cadere nella sindrome del primo della classe, perché a volte risulta antipatico anche quando dice cose vere. Sia più se stesso, riveli di non avere poi tutte queste certezze e di essere pieno di dubbi. Tutti abbiamo limiti caratteriali, sapesse quanti ne ho io...».

Se invece perde? 
«Il Sì può vincere. Se invece perde non sarà né il Medioevo né la fine del mondo. Renzi si dimette e si riparte, quante volte è capitato? Sono 1700 anni che siamo in crisi, a cambiare l’Italia ci proveranno altri».

Non era renziano, lei? 
«Sono un grande tifoso dell’Italia, mica di Renzi. Lui ha un minimo di carisma ed è quello più in grado di far ripartire il Paese, ma non sono un pasdaran. A me interessa che l’Italia non si fermi, all’idea che rischiamo di tornare indietro mi girano le balle!».

6 novembre 2016

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