L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 14 novembre 2016

Trump aiuterà gli ebrei tra le altre cose gli lo impongono i legami familiari

LA CASA BIANCA: DAI NEOCON AL PALAZZINARO KOSHER

Maurizio Blondet 14 novembre 2016

Trump “ha tutte le intenzioni di riconoscere Gerusalemme come capitale indivisa dello Stato ebraico, spostando lì l’ambasciata Usa, ora Tel Aviv”. Intende anche “stracciare il trattato con l’Iran” che (colpa di Obama) ha sollevato Teheran dalle sanzioni, e punire questo paese “che è il più grande sponsor del terrorismo al mondo”. Questo, cinque giorni fa. Un giorno dopo Walid Phares, un notevole analista e studioso politico (cristiano maronita libanese) che viene indicato come “importante consigliere in politica estera di Trump”, assicura alla BBC che Trump riconoscerà Gerusalemme capitale ma lo farà “per consenso”; e non “straccerà” il trattato con l’Iran, ma “lo rinegozierà”. Qualche ora dopo, tale David Friedman, indicato come “uno dei consiglieri di Trump per Israele e Medio Oriente, confermava che Donald “avrebbe adempiuto la sua promessa” di spostare l’ambasciata a Gerusalemme.

Temo che dovremo abituarci a questo tipo di procedimenti decisionali. Quel che Trump ha detto all’AIPAC a marzo per strappare i voti ebraici, è stato tale da far sembrare Netanyahu un moderato, Paul Wolfowitz un timido nell’amore a Sion. Egli dice quel che il pubblico del momento vuol sentirsi dire? O né già in mano ai neocon, come temono per esempio Ron Paul (“Occhio al governo-ombra”, lo ha esortato) e Paul Craigs Robert?


Propongo umilmente una terza ipotesi. Le idee di Trump su Israele e gli ebrei gli vengono dalla figlia Ivanka, indicata (anch’essa) come “ascoltatissima consigliera di papà”; e Ivanka prende le idee dal marito, l’aitante ebreo Jared Kushner, a cui ha dato tre figli.

Quindi è istruttivo sviscerare la personalità di Jared. Da dove viene? Come nasce? Egli è proprietario della ditta di famiglia, la Kushner Properties, si occupa di “real estate owning and development”, insomma prende gli affitti delle migliaia di appartamenti che la famiglia possiede a New York, e con quel che lucra, compra grattacieli per uffici a Manhattan: è questo il suo lavoro. Diciamo, un palazzinaro, anche se nelle misure titaniche dei palazzinari a New York; un collega di Donald, in qualche modo. Possiede anche il New York Observer, un settimanale che ha comprato con 10 milioni spiccioli.

Figli di papà da generazioni

Il bel Jared ( Getty Images)

Non è il classico imprenditore che si è fatto da solo, il bel Jared. E’ subentrato nell’impero immobiliare al papà, Charles Kushner. Notevole figura di “filantropo” (ossia donatore ad organizzazioni ebraiche), 61 anni, nemmeno papà Charles si è fatto da solo. E’ entrato in affari nel 1984 subentrando a suo padre Joseph, indicato come “un sopravvissuto all’Olocausto di origine polacca” (torna sempre utile) nella gestione dei 4 mila appartamenti che il Sopravvissuto aveva messo insieme nel New Jersey. Jared dunque è figlio-di-papà di un figlio di papà; figli di papà da generazioni. Dati gli affitti alle stelle a New York, si intuisce che quando si gestiscono migliaia di appartamenti, i soldi arrivano tanti e sicuri: non occorre nemmeno sviluppare uno spiccato senso degli affari.

Né ci si aspetta da un mega-palazzinaro che nutra profonde riflessioni in politica estera e filosofia politica, o che si doti di una cultura superiore. Vero è che Jared ha frequentato Harvard: vi è stato ammesso dopo che suo padre ha fatto alla prestigiosa università una donazione di 2,8 milioni di dollari. E dopo, il bel Jared ha preferito spostarsi alla New York University dove ha preso un dottorato (MBA), previa donazione paterna di altri 3 milioni di dollari.


Insomma, c’è motivo di ritenere che Jared non tenga sul comodino “La democrazia in America” di Alexis de Tocqueville, né abbia mai desiderato scambiare riflessioni geopolitiche con Henry Kissinger o Zbig Brzezinsky (il che può essere un bene), né abbia conoscenza alcuna del guru dei neocon, Leo Strauss. Si è fatto ebreo nella setta degli ortodossi riformati; Ivanka nata Trump si è “convertita” a quella setta, prendendo dei corsi di ebraismo da un rabbino riformato; forse è utile sapere che i rabbini di Israele negherebbero la cittadinanza ebraica ai figli nati dal matrimonio, considerandoli non giudei. Ciò non impedisce a Jared e Ivanka di esibire un comportamento scrupolosamente ebraico: il venerdì sera spengono gli smartphone (il Sabato non si devono accendere fuochi né per estensione apparecchi elettrici) e “si godono i figli”, secondo le descrizioni rapite dei rotocalchi rosa. Mangiano i cibi freddi e kosher che Ivanka “ha imparato a cucinare il venerdì”, ha raccontato Jared ai suddetti rotocalchi, “lei che mai aveva cucinato in vita sua”. Le idee di Jared su Israele sono semplici: Sion ha sempre ragione.

L’influenza del genero giovinotto su Trump è forte. Lo dimostra la cancellazione di un personaggio importante che ha ottenuto dal team di transizione del suocero, Chris Christie, vecchio compare di Donald. Ma per questo, dobbiamo fare – come nei romanzi d’appendice – un passo indietro. E tornare al papà Charles Kushner, il consuocero, il filantropo.
Il papà è finito in galera Papà e consuocero Charles Kushner

Nel 2005 (Jared aveva 24 anni) papà Charles ha avuto una condanna penale. Una cosetta da nulla: evasione fiscale, donazioni politiche illegali, corruzione di testimoni. L’indagine aveva preso inizio dai soldi in nero che Charles Kushner aveva passato sottobanco al governatore del New Jersey, Jim McGreevy, allora in campagna elettorale (i Kushner sono sempre stati grandi finanziatori dei “democratici”); nel corso del processo si è scoperto che papà Kushner aveva organizzato un tentativo di ricatto contro un suo cognato, che (secondo lui) stava collaborando coi federali per sputtanarlo. Un piccolo piano che scolpisce a tutto tondo la statua morale del Filantropo di figlio di Sopravvissuti: aveva assoldato una escort di lusso perché seducesse il cognato, per poi riprendere in video gli atti sessuali dei due, onde ricattarlo. Alla fin fine, papà fu multato di 500 mila dollari dalla Commissione Federale Elettorale, e gli furono comminati due anni di galera – uno dei quali ha effettivamente passato in una prigione di Alabama, e il secondo ai domiciliari.

E chi era a quel tempo attorney general in New Jersey, e dunque pubblico accusatore di papà? Nient’altro che Chris Christie, vecchio amico di Trump, divenuto poi governatore del New Jersey. Egli aveva ottenuto la condanna di Charles Kushner con una ficcante indagine che l’aveva reso celebre e popolare.

Con Chris Christie, trombato dal genero

Quando Jared – che è entrato nel transition team, senza avere alcuna specifica esperienza – ha visto che Christie era sul punto di entrare nello transition team, ha piantato un litigio in piena regola col suocero: no, quello no! Non lo voglio! A conferma che l’ebreo non perdona mai.

Donald Trump ha accontentato il genero.

Alcune fonti descrivono The Donald già “sopraffatto” dalle difficoltà di mettere insieme il transition team, e non parliamo dei ministri del suo governo (dove miriadi di neocon si candidano, o dicono di essere stati scelti). Oltretutto, Donald, prima di entrare alla Casa Bianca, dovrà entrare in un’aula di giustizia dove dovrà rispondere di “frode e associazione a delinquere” per una faccenda riguardante la sua “università”, Trump University: 5 mila studenti di detta università gli hanno fatto causa sostenendo che sono stati truffati per 35mila dollari ciascuno. Anche se non rischia per questo l’impeachment (col Congresso massicciamente repubblicano), certo il prestigio di The Donald non ne sarà accresciuto. E questa è solo una delle 72 cause che lo attendono: un dettaglio che lo avvicina sempre più al ritratto di Berlusconi, già di per sé impressionante per somiglianza (la sola vera differenza: Silvio non fu mandato all’accademia militare a 13 anni, purtroppo).

Ma la domanda che preme al vostro modesto cronista è un’altra: passando dalla soggezione ai neocon allievi di Leo Strauss alla soggezione al palazzinaro kosher Jared § Family, la Casa Bianca migliorerà la sua attitudine politica verso lo stato ebraico? Aspettiamo i fatti. Per intanto, Israel Shamir ci informa che non solo una quantità di ebrei americani hanno votato Donald, ma della sua elezione è contentissimo Netanyahu – che odiava Obama – e anche gli israeliani, bisognosi di una personalità ristrutturante sul piano internazionale, dopo 15 anni di destabilizzazioni. Magari accetterano da Donald cose che hanno rifiutato a decine di presidenti? Chissà.

666 Fifth Avenue

Per i nostri lettori più apocalittici, forniamo un indizio dei tempi che ci attendono. Nel 2007, padre e figlio Kushner hanno acquistato il prestigioso grattacielo da uffici situato davanti al Rockefeller Center, all’indirizzo 666 Fifth Avenue, New York City; l’hanno voluto fortemente, al punto da sborsare la cifra più alta spesa fino ad allora per un palazzo da uffici in affitto, 1,8 miliardi di dollari. Apparentemente il sinistro numero 666, invece di respingere i miliardari concorrenti, li attraeva; se lo contendevano. Chissà se vuol dire qualcosa.

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